Di novellizzazioni, e cioè della trasformazione di una sceneggiatura di un film in un’opera letteraria ve ne sono diversi esempi nella storia della cinematografia. Una pratica diffusa soprattutto in America considerata sostanzialmente un arrotondamento economico agli introiti delle sale. Ma al di là di quest’aspetto, di novellizzazioni di successo se ne contano diverse, alcune delle quali paradossalmente tratte da lavori del grande schermo nati a loro volta da un libro. Un esempio è “La cosa” di John Carpenter tratto dal racconto di John W. Campbell “La coda ad un altro mondo” per il quale lo specialista del genere, Alan Dean Foster, ha poi realizzato un romanzo scritto. Lo stesso scrittore che generò una novelization del film Alien del 1979.
“C’è ancora domani” il libro di Paola Cortellesi, Giulia Calenda e Furio Andreotti, pubblicato da Feltrinelli, è appunto tratto dal film omonimo del 2023.
La storia, com’è noto, racconta di Delia, una donna degli anni Quaranta, che affronta ostacoli e violenze con compostezza e caparbietà. Delia ha sposato un uomo violento che la umilia annullandone la personalità, bada al suocero, Ottorino, alla stregua di una badante, subendo da questo continue vessazioni. La violenza sembra passare di padre in figlio senza spezzare mai un filo rosso di arroganza e possessività.
“ Er problema tuo è che parli troppo De’. Sei ’na brava fija, per carità, ma te devi imparà a stà zitta, a bocca chiusa.”
“Stai zitta.” Una frase brevissima che oramai Delia ripete a memoria. Una espressione imperativa che imperversa nel film prima e nelle pagine del libro poi. Un verbo e un aggettivo che rappresenta l’effigie del patriarcato, oltre ad essere il titolo di un libro famoso di Michela Murgia: “Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più” Einaudi, 2021.

Questo lavoro scritto a sei mani analizza l’abuso di potere degli uomini nei confronti delle donne, partendo da uno studio attento della lingua italiana.
Riscontriamo, infatti, elementi di congiunzione con “C’è ancora domani” quasi come se fosse un invito a leggere la copiosa letteratura riguardo la condizione delle donne. Donne schiacciate dal peso della famiglia, dalle differenze salariali e dalla discriminazione di genere. Una vessazione dopo l’altra, connessa al patriarcato, che porta Delia a sperare in un futuro differente per la figlia.
Nel volume, infatti, spicca il silenzioso dialogo, fatto di sguardi e frasi mirate, che intercorre tra Delia e la figlia maggiore, Marcella. Figlia che la giudica e che è specchio della stessa Delia, la quale incessantemente cerca di orientarla verso un destino meno avverso del suo.
“Delia rimane in piedi da sola con la colonia in mano, si volta e incrocia lo sguardo durissimo di Marcella che ha assistito a quella scena. La ragazza richiude la porta”
Con la trasposizione del film nel volume edito da Feltrinelli, C’è ancora domani, si trasforma in un dialogo intimo con le coscienze, amplificandone il significato.
La violenza narrata, assume la dimensione dell’anima, si insinua nella mente, con una scrittura chiara ma sagace nei momenti giusti. Come gli stessi autori dichiarano:
“Quello che state per leggere non è riconducibile a un genere letterario. Non è drammaturgia, non è poesia; soprattutto, non è un romanzo. La sceneggiatura di un film non è pensata per essere un’opera finita ma un progetto destinato a diventare immagini e suoni.”
Immagini e suoni, che vengono restituiti al lettore come un canovaccio, sul quale, costruire la propria versione di quella Roma popolare dai panni stesi e i carretti spinti a mano. Una città dove Delia tocca, muove, sedimenta, e costruisce. Dove combatte, silenziosamente, una battaglia nella quale lei appare scapigliata e stanca; dove non bastano le mazzate, a frenare il suo orgoglio. Un volume, privo di retorica, capace di parlare del presente senza per questo usare stereotipi. Nel volume, come nel film, al banco degli imputati, non ci sono gli uomini, in quanto tali, ma la cultura magra e contaminata di un’Italia che ancora non vede il suo domani.
C’è ancora domani un libro coinvolgente dalla sintassi accessibile a tutti, e per questo in grado di indurre alla riflessione, senza sofismi e senza etichette.

 Anna Di Fresco