Una plumbea mattina a Glasgow, due uomini, vissuti in due mondi diversi, Dan sceneggiatore di successo, Jada piccolo criminale di quartiere, condividono la paternità. L’uno, Dan, divenuto padre per la prima volta si trova, d’improvviso, a fare i conti con una terribile tragedia; Jada che diventa padre per la sesta volta, invece, nel momento più buio della loro conoscenza, tenderà una mano a Dan. Jada lo farà a modo suo, offrendogli oppiacei e alcol, ma con la naturalezza di chi ha troppe ferite per giudicare quelle degli altri.

Con il suo ultimo romanzo “Padri nostri”, Einaudi edizioni, John Niven racconta l’improbabile amicizia che si crea tra due padri, diversi per esperienze e cultura, che si conoscono in un reparto di maternità. Dan è un uomo di successo, all’apparenza, pago e dalla vita inquadrata;  Jada un piccolo criminale, che vive di espedienti illegali.

Una luce infondo ad un tunnel di droga e alcol, che eleverà i personaggi a icone, grazie alle quali, l’autore, maestro dell’humor contemporaneo, costruirà reti di salvezza e redenzione nel mare oscuro del fallimento. Un fallimento, quello dell’uomo contemporaneo, sul quale Niven ironizza in maniera sprezzante, reso ben palese dai due protagonisti, i quali, con le loro vite, permetteranno al lettore di esaminare problematiche direttamente connesse alle differenze di censo e di classe sociale. Differenze che, inevitabilmente, influiranno  sulla crescita dei figli imponendo una genitorialità completamente differente. Ambiente, educazione e stile di vita, pongono, dunque, distanze siderali, tali da creare codici di comportamento e scenari incompatibili tra loro. Eppure, con grande maestria, l’autore riesce a creare un ponte tra i due mondi. Al centro di questa storia, infatti, spicca il decadimento dell’uomo medio, elemento questo, che accomuna i due personaggi. Una narrazione che con cruda ironia e black humour, scopre crepe nascoste, inscenando un cortocircuito tale da disvelare l’aspetto recondito dell’uomo moderno che ha fallito perché privo di identità.

Niven, infatti, attraverso i suoi due protagonisti prende ad esame due tipi di fallimento. Dan è l’ uomo realizzato ma incapace di  vivere perché  fragile, narcisista, insicuro, irresponsabile. Diventa padre e anziché guardare al futuro con speranza e gioia, inizia a rendersi conto di non essere veramente pronto per prendersi una responsabilità così importante. Un’immaturità che crea precarietà, figlia di una  sazietà connessa al censo, nonché della realtà sociale a cui  appartiene.

Jada, di contro, è un personaggio autentico, che vive ai margini della società, realistico nelle sue miserie e in quelle che vede negli altri, capace di comprendere il dolore, di affrontarlo e, nonostante il fallimento agli occhi della società, è un uomo umano ed empatico. Umanità ed empatia che Dan non possiede da tempo.

Ne nasce un’amicizia, particolare, non redentiva per entrambi. L’uno diventa specchio dell’altro, nel quale immergersi e dal quale uscire più imperfetto di prima. Jada offre a Dan, per la prima volta, un giudizio autentico di sé, vero, duro, implacabile.  Nell’autoanalisi spicca fuori uno scenario, di solitudine e difficoltà comunicativa, che impone una riflessione sull’essere uomini oggi, e sul significato del fallimento in un mondo in cui i ruoli sono prestabiliti come nella commedia dell’arte.

“Padri nostri” non è un romanzo che offre soluzioni, né consola, ma sprona a ritrovare sé stessi nel profondo e, soprattutto, invita a chiedere aiuto nel bisogno.

John Niven, già autore di  “A volte ritorno” , “Uccidi i tuoi amici” , “Maschio bianco etero” con spietata ironia e satira dissacrante continua, con questo lavoro, a provocare il lettore  attraverso uno stile inconfondibile, diretto, irriverente, ma allo stesso tempo di un’incantevole umanità, tale  da rendere  i suoi personaggi, sì ruvidi, ma attendibili, reali,  palpabili.

Ed è così che leggendo ci si affezionerà a Dan, immerso nella sua miseria interiore, e a Jada costretto a combattere la sua serie infinita di rovesci. Materia plasmabile che tra le pagine del volume rimbalzerà  da un estremo all’altro, da un confine all’altro, da una solitudine all’altra.

 Anna Di Fresco