C’è un momento, per chi opera nelle emergenze umanitarie, in cui l’azione non basta più. Arriva l’istante in cui intervenire non è sufficiente a contenere ciò che si è visto e vissuto, e nasce l’urgenza di raccontare. È da questa frattura che prende forma E ora chiediamo perdono, il libro in cui Loris De Filippi trasforma l’esperienza sul campo in una testimonianza diretta e necessaria.

L’esposizione si apre con una scelta che interrompe una traiettoria già definita. Un incarico viene accantonato per rispondere a una richiesta più urgente, più difficile, che conduce l’autore in uno dei contesti più drammatici del presente: Gaza, l’arrivo segna un impatto immediato con una realtà sconvolta: spazi urbani ridotti a macerie, strutture sanitarie al limite della sopravvivenza, una popolazione intrappolata in una quotidianità segnata dalla paura e dalla precarietà assoluta. In questo scenario, l’intervento umanitario perde ogni dimensione ordinaria e si confronta con condizioni estreme, dove ogni gesto assume un valore decisivo.

Eppure, il nucleo più profondo del libro non risiede soltanto nella descrizione di ciò che accade. Sta nella decisione di superare un limite personale e professionale: quello del silenzio. Dopo anni trascorsi a operare lontano dai riflettori, De Filippi sceglie di esporsi, di dare forma narrativa a ciò che normalmente resta confinato nella memoria di chi c’era. È una scelta che nasce da un’esigenza etica, prima ancora che comunicativa. Raccontare diventa un atto di responsabilità, un modo per restituire identità a chi rischia di essere ridotto a numero, a statistica, a immagine fugace.

Le storie che emergono sono frammenti di umanità colta nel momento della massima vulnerabilità. Ci sono bambini che lottano per restare in vita in condizioni proibitive, madri e padri che cercano di proteggere ciò che resta delle loro famiglie, medici e infermieri che continuano a lavorare oltre ogni limite fisico e psicologico. In queste presenze si concentra il senso più autentico del racconto: la resistenza quotidiana, silenziosa, di chi non ha alternative se non continuare.

Lo stile adottato è coerente con la materia trattata. La scrittura è asciutta, controllata, lontana da ogni compiacimento. Non cerca effetti, non indulge in enfasi, ma procede per immagini nette, spesso dure, che arrivano al lettore con una forza proprio per questo più incisiva. Ne nasce un equilibrio delicato tra testimonianza e riflessione, in cui la voce dell’autore accompagna senza sovrastare, lasciando spazio ai fatti e alle persone.

Accanto alla dimensione del dolore, si fa strada anche quella della speranza, che qui assume una forma concreta e tutt’altro che retorica. Non è una promessa facile né una consolazione, ma una scelta quotidiana, fragile e necessaria. Si manifesta nei gesti di cura, nella volontà di restare, nella capacità di continuare a credere che un’alternativa alla distruzione sia possibile. Anche quando si affaccia l’ipotesi di una tregua, il racconto mantiene uno sguardo lucido: senza giustizia, ogni pace resta incompleta, esposta al rischio di dissolversi.

In questo senso, E ora chiediamo perdono si configura come un’opera che va oltre il semplice resoconto. È un invito a non distogliere lo sguardo, a riconoscere la complessità senza cercare scorciatoie. Non offre soluzioni, né pretende di farlo. Piuttosto, chiama il lettore a una forma di partecipazione consapevole, ricordando che la distanza non annulla la responsabilità.

Nel ritmo veloce dell’informazione contemporanea, dove le immagini si susseguono fino a perdere consistenza, il libro di De Filippi restituisce profondità e tempo alla comprensione. E suggerisce che, di fronte alla violenza e alla sofferenza, esiste ancora una possibilità: quella di scegliere la cura, la costruzione, il riconoscimento dell’altro. Anche quando è difficile, anche quando sembra insufficiente.

È in questa tensione che il titolo trova il suo significato più pieno. Chiedere perdono non è un gesto formale, ma un atto che implica consapevolezza, responsabilità e volontà di cambiamento. Un passaggio necessario per immaginare un futuro diverso, in cui l’umanità non sia un principio astratto, ma una pratica quotidiana.

Mauro Galliano