Tunisia 1959, una donna, Maria, madre di tre figlie che volgono all’età adulta, si barcamena tra la piccola sartoria casalinga e l’attenzione verso la maggiore delle tre figlie. Anna, la primogenita sedicenne, con la testa tra le nuvole e i piedi ben piantati a terra.

Tunisi, la New York africana per molti italiani che, dalla fine dell’Ottocento, iniziarono ad insediarsi nella città nordafricana fino all’indipendenza proclamata nel1956. Una collettività figlia di un’Italia che l’aveva tradita, in continuo aumento anche dopo l’instaurazione del protettorato francese del 1881 con il trattato del Bardo definito il cosiddetto schiaffo di Tunisi.

 “la Tunisia è una colonia italiana amministrata da funzionari francesi”.

Solo nel 1930 sono  oltre centoventimila italiani presenti nella città magrebina, una sorta di Italia fuori dai confini dello Stato, nella quale costruire un destino migliore di quello lascito alle spalle. Un’America due passi,  più economica in termini di viaggio e dalla quale intravedere, in lontananza, la propria patria. Fame, miseria, assenza di prospettive, libertà negate in patria, hanno reso la Tunisia, per gli italiani, un luogo di opportunità dove cercare fortuna e trovare respiro. Dal canto loro quel popolo di uomini e di donne col fagotto pieno di speranze, hanno costruito città, ponti, strutture istituzionali, coltivato terre, distribuito e creato ricchezza in un luogo che ha dato loro la possibilità di esprimere un potenziale altrimenti negato.

“Le ragazze di Tunisi” di Luca Bianchini, Mondadori, si inserisce in un quadro storico che anticipa la grande ondata migratoria degli italiani di Tunisi.  Un romanzo familiare, che pone al centro la storia della famiglia Brancata, che, come tante famiglie di origine siciliana, hanno cercato l’America proprio nella città magrebina. Un racconto da definirsi “accessibile” per la straordinaria capacità dello scrittore di narrare eventi, di per sé complessi sotto il profilo introspettivo e storico, con una scrittura leggera, diretta, senza nessun tipo di sofismo. Maria, la bisnonna dello scrittore, una bella trentottenne orgogliosa e determinata, cresce le figlie da sola e, concentrata su di loro, elude le avance del silenzioso vedovo che abita al piano di sopra. Il marito è sempre fuori in campagna, e lei contribuisce al benessere familiare facendo aggiusti sartoriali, una vita semplice e tuttavia all’avanguardia. La Tunisia, crocevia di popoli che portano tradizioni e culture differenti, infatti, ha permesso agli italiani dell’epoca di fondersi con maltesi, arabi, francesi, addizionando alle proprie tradizioni le loro. Una sorta di esperimento sociale, in grado di dimostrare come il diverso sia fonte di arricchimento.

Un romanzo che alterna alle immagini colorate e vivaci di una città in continuo divenire, malinconia e incertezza, che, con l’indipendenza della Tunisia, porterà a dolorosi addii. Una fine che la giovane Anna avverte attraverso il lento migrare di vicini di casa e amici. Come in un sogno che svanisce, diventeranno evanescenti i ricordi e le speranze di una vita felice in cui essere e divenire tra le mura di quella  casa con il pavimento a scacchi e quel profumo di eucalipto, lasciando solo spazio alla paura.

Una paura che nella numerosa famiglia Brancata  fa emergere segreti e rancori sopiti, accesi e spenti attorno a quella tavola dai piatti dal sapore insolito, contaminati da culture diverse oramai sempre più vicine.  Un libro toccante, malinconico, soprattutto per quel senso di italianità mai persa, nella luce, quasi palpabile, di quegli  occhi che ancora si commuovono ascoltando Mina, o che in quelle braccia muscolose che portano  in processione in paese la statua della Madonna. Anime  che imbracciano un destino avvolto nell’incertezza col coraggio di chi vuole vivere, vuole essere, vuole lasciare un segno della propria presenza sulla terra.

Quegli italiani quel segno lo hanno lasciato, fuori dalla nostra patria, hanno creato, raccolto, fondato.

È senza dubbio questo l’intento dell’autore, quello di offrire un contributo storiografico, nonché narrativo, su una pagina di storia delle migrazioni italiane meno nota, ma non per questo meno importante. Impronte lasciate  da  quegli uomini e quelle donne sì formati in una terra diversa, ma con gli occhi  puntati verso quell’ orizzonte lontano.

Anna Di Fresco