Ci sono libri che arrivano nel momento giusto. Linguaggi della verità, pubblicato da Mondadori, è uno di questi. Salman Rushdie raccoglie saggi, conferenze e articoli scritti in anni diversi, ma il risultato non è una semplice antologia. Il volume somiglia piuttosto ad una lunga conversazione con il lettore sui temi che oggi attraversano la nostra società: identità, libertà, migrazione, censura, paura del diverso.

L’autore parte spesso dalla propria esperienza. Nato in India, cresciuto tra tradizioni differenti e poi trasferitosi in Occidente, ha sempre vissuto tra culture, lingue e modi di vedere il mondo, sempre diversi tra loro. Per questo, nelle sue pagine, l’identità non è mai qualcosa di fisso o immutabile, anzi. Secondo Rushdie, ognuno di noi è il risultato di più storie messe insieme. Le persone cambiano, si spostano, incontrano altre culture, altre idee, altri modi di vivere. Eppure, nel dibattito pubblico, si continua spesso a ragionare come se esistessero identità pure, chiuse, immutabili. E lo scrittore contesta proprio questa idea. Per lui non esiste una cultura che non sia stata trasformata dal contatto con le altre. Le città, le lingue, le abitudini quotidiane nascono da incontri, mescolanze, influenze reciproche. È una riflessione che oggi appare particolarmente attuale, soprattutto in Europa, dove il tema delle migrazioni viene spesso affrontato soltanto in termini di paura o emergenza. “Linguaggi della verità” invita invece a guardare la realtà in modo diverso. Non come uno scontro tra mondi opposti, ma come un intreccio continuo. Vivere tra più culture non è una debolezza, suggerisce Rushdie, ma una ricchezza. Da qui nasce un’altra domanda, forse la più importante del libro: che cosa significa dire la verità in un’epoca in cui tutti sembrano avere la propria?

Rushdie osserva un mondo sempre più confuso, in cui le opinioni contano più dei fatti e in cui i social network amplificano rabbia, semplificazioni e slogan. In questo clima, la verità rischia di diventare soltanto un’arma da usare contro chi la pensa diversamente. Lo scrittore mette in guardia soprattutto contro chi crede di possedere una verità assoluta. Quando una persona, un gruppo o un potere pensa di avere sempre ragione, il rischio è che non accetti più il confronto. E quando il confronto scompare, al suo posto arrivano l’intolleranza e la censura. Nel volume, l’autore non si limita a ricordare ciò che gli è accaduto, ma va oltre. Spiega che la censura non è soltanto quella imposta dai governi, dalle dittature o dal fanatismo religioso. Esiste anche una censura più sottile, meno evidente, che nasce dalla paura di esporsi, dal timore di essere criticati, dalla pressione a dire soltanto ciò che gli altri si aspettano. È una riflessione molto vicina al presente. Oggi ogni parola può essere commentata, fraintesa, attaccata nel giro di pochi secondi. Per questo molte persone preferiscono evitare argomenti difficili o rinunciano a esprimere ciò che pensano davvero. Rushdie, invece, difende il diritto di porre domande, di avere dubbi, di mettere in discussione ciò che sembra ovvio. Anche quando parla di autori come Shakespeare, Cervantes, Beckett o Toni Morrison, Rushdie non lo fa in modo distante o accademico. Li usa per parlare del presente. Nei loro libri ritrova temi che riguardano ancora tutti noi: il potere, il razzismo, la memoria, il rapporto tra individuo e società. Ed è proprio questa la forza di Linguaggi della verità: riuscire a collegare grandi temi e vita quotidiana, storia e presente, esperienza personale e riflessione collettiva. Rushdie scrive con chiarezza, ironia e passione. Anche quando affronta argomenti complessi, non perde mai il contatto con il lettore. Alla fine del libro resta soprattutto un’idea: il mondo è molto più complicato di come spesso viene raccontato. Ma la complessità non deve spaventare. Può essere, al contrario, il punto di partenza per capire meglio gli altri e noi stessi.

Mauro Galliano