
Sesta edizione per la fiera del vino naturale che si è svolta 8 e 9 marzo a Roma ancora una volta al San Paolo District, ex deposito degli autobus ormai adibito a spazio eventi. Una location industriale, a due passi dalla metro San paolo e dal quartiere Garbatella, contenitore di attività temporanee dove si svolgono svariate manifestazioni capitoline, dall’enogastronomia all’artigianato.
Perfetta per l’anteprima del 7 marzo, una novità di questa edizione, denominata per l’occasione “Naturalmente Selvaggi. Una festa per incontrare i protagonisti, prima dell’inizio ufficiale della fiera. Un importante evento dedicato alla grande Enoteca dei Vini Selvaggi. Una selezione speciale di bottiglie e la presenza delle associazioni Senza Meja (Radikon, Nikolas Juretic, Kristian Keber tra gli altri), Vignaioli Vulcanici Laziali (La Torretta, Terracanta e altri) e Ciociaria Naturale (Fra i Monti, Palazzo Tronconi, D.S. Bio tra gli altri), oltre a musica e momenti di degustazione.”
Vignaioli, come si definiscono loro, “senza trucchi e senza inganni” quelli che partecipano alla fiera “Vini Selvaggi” che è infatti l’occasione per degustare vini di produttori che sposano le filosofie biologica, biodinamica, naturale.
Spieghiamo sinteticamente:
La produzione dei vini biologici è disciplinata dal Regolamento
848/2018/UE entrato poi in vigore nel 2022 che prevede l’uso di concimi naturali, senza l’aggiunta di ulteriori solfiti (oltre quelli già naturalmente presenti nel vino), e l’assenza di altre specifiche pratiche di vinificazione;
I vini biodinamici sono prodotti secondo l’approccio introdotto da Steiner, senza uso di OMG, in totale assenza di chimica di sintesi ma, soprattutto, seguendo i cicli e i ritmi della terra degli animali, delle piante, usando specifici preparati per la coltivazione. Non ci sono legislazioni che ne regolamentano la produzione, ma esiste l’ente certificatore “Demeter” che ne delinea i principi;
Infine, i vini naturali possono anche essere biologici o biodinamici, difatti sono realizzati senza impiego di chimica, nel rispetto della natura e di metodi talvolta antichi e prevedendo anche fermentazioni spontanee senza aggiunta di lieviti selezionati.
Soprattutto questi ultimi talvolta sono identificati nell’immaginario collettivo in maniera negativa, tant’è che spesso si sente dire “a me il vino naturale non piace” che è un po’ come dire “a me il sangiovese non piace”, in risposta alla domanda “quale?”. Tuttavia i fattori sono tanti e come si dice: “non si può fare di tutta un’erba un fascio”. Grazie a “Vini selvaggi” è stato possibile incontrare uno spaccato di queste realtà, con i 120 vignaioli che hanno partecipato provenienti non solo dall’Italia ma anche da Francia, Spagna, Slovenia e Austria.
Pizzo Coca (SO), azienda della Valtellina, racconta un Nebbiolo (chiavennasca) franco nel colore scarico e vivace, nel profumo intenso di lampone e ciliegia, e nell’eleganza del tannino in tutte e quattro le referenze che propone: due IGT e due Valtellina Superiore, che differiscono principalmente per le vigne con la loro età, esposizione e posizione. In particolare nell’IGT Bio sono presenti le uve di ben tre vigne, due giovani e una vecchia di 80 anni e poi “Inferno”, da vigne di 40 anni che non hanno una totale esposizione a sud ma leggermente più ad est rispetto a quelle della omonima sottozona valtellinese rendendo “l’inferno più fresco”.
Occasione per sentire in purezza la differenza tra Lambrusco Marani e Maestri e degustare i vini di Monteduro (RE). Il più gettonato alla manifestazione è il blend tra i due “Il Sabbione”. Particolare è la vendemmia tardiva del Maestri “A brut grugn” che non viene realizzata ogni anno ed è frutto, come spesso accade, di un “errore”, o meglio di una annata particolarmente calda, la 2013 la sua prima.
Il Lambrusco non è prodotto solo in Emilia e il Maestri l’ha trovato anche Mauro di Legami Wine (BN) in Campania; lo mette insieme al Merlot e realizza “Stand By Me”. Racconta che un tempo lì si coltivavano le varietà utili a comporre le varie caratteristiche del vino, e quindi, mentre un vitigno serviva per conferire acidità, l’altro per dare colore e così via.
Molto interessanti i vini di Fabio Ferracane (Marsala) come lo Zibibbo fermo, in cui la dolcezza è domata e prevalgono i profumi di frutti fiori e soprattutto la nota più salata, tratto distintivo dei suoi vini. Si ritrova anche nelle varie referenze di Catarratto che viene realizzato nella versione vendemmia tardiva (Elisir 2022), in stile ossidativo (Muffato 2018) e addirittura Vermut.
Indubbiamente in alcuni vini è più facile distinguere quella nota sulfurea, terrosa, un po’ comune nei genericamente detti “naturali”, ma non si tratta di una regola fissa, alla base c’è sempre una terra, una vite e un vignaiolo pronti a rivelarsi nel bicchiere tutto da provare! Plauso, quindi, ad una manifestazione fatta unicamente dai produttori che possono raccontarlo.
Antonella De Cesare