“S.” è una donna di trentacinque anni che per procurarsi da vivere fa la cameriera. Una di quelle che gli avventori dei bar, guardano distrattamente perché immersi nei propri mondi subalterni alla realtà. “S.” osserva e serve e, nel farlo, in silenzio, annota il suo punto di vista ironico su ciò che per lei è ridicolo. Un punto di vista dettagliato, che pone l’accento sui difetti e le spregiudicatezze degli individui quando non si sentono al centro dell’attenzione, così come avviene in un luogo neutro come un bar. Un luogo dove i rumori, i suoni e il vociare lasciano spazio ai pensieri e ai turbamenti emotivi. “S.” è ferma nel suo passato, ha un’ala spezzata. Una violenza le ha logorato il futuro, e per tredici anni resta ferma nella stanza d’albergo dove Dennis May, un attore e regista dal fascino intrigante e oscuro, l’ha violentata.

Quel giorno, “S.” è a lavoro, quando arriva la notizia che Dennis May è morto. Un piccolo trafiletto per una notizia come tante altre. Quel mondo di cinefili nel quale aveva avuto successo lo aveva oramai dimenticato da tempo. Un finale disatteso per “S”, che avrebbe voluto forse ascoltare dalla sua voce una versione diversa. Un ulteriore monito a quel “Non scrivere di me” di chi non amava leggere le poesie a lui dedicate. Un suicidio che è un ulteriore atto di violenza per occupare definitivamente il cuore e la mente di chi, nonostante tutto, non aveva mai smesso di amarlo.

“S.” ha sogni irrealizzati. Tutti fermi in quella stanza d’albergo e in quel silenzio di Dennis che scompare, lasciandole sul corpo e nell’anima i segni del male. Da studentessa quale era voleva laurearsi, ma ancor di più, scrivere per mestiere. Dopo quell’evento, non scrive più, non sogna più. Costruisce muri. Vive relazioni instabili e per lo più distruttive. Della violenza, conserva le prove. Gli abiti di quella giornata sono custoditi in cantina, assieme alla locandina del film Lark, il grande successo di Dennis.  Il male la logora a tal punto da vivere una vita che non ritiene sua.

“Non scrivere di me” ultimo romanzo dell’autrice Veronica Raimo, racconta la violenza in maniera realistica e profonda. Un punto di vista dentro i fatti, nel respiro profondo della protagonista che non ha un nome perché simbolo di tante donne segnate dalla perdita di sé. Un sé che la protagonista ritroverà nelle parole. Scrivere, e quindi incidere i fatti su un foglio, la riporterà alla realtà. Un uomo che aveva amato profondamente, un uomo dall’idioma differente, che le aveva scolpito il cuore facendola sognare. Lo stesso uomo che, nella sua lingua, quel giorno, in una stanza d’albergo, ha abusato di lei. Il linguaggio è importante ed è, assieme al tempo, uno degli elementi significativi ed interessanti del volume. L’autrice ci tiene a sottolineare che non esiste un vero linguaggio della violenza, si dovrebbe inventare un suono fonetico che rispecchi un’immagine tanto dura quanto profonda.

“S.” cerca giustificazioni; “S.” cerca spiegazioni; “S.” cerca Dennis perché è l’unico a sapere ciò che è accaduto quel giorno. Non ne parla con nessuno. Per anni continuerà a chiedere spiegazioni alla corte di un uomo che resta in silenzio, e nel suo silenzio muore. Lo ama ancora, e fatica ad affrontare il momento di rottura con quello che era l’idolo divenuto mostro.

Veronica Raimo, con lucidità e un climax intenso, descrive la violenza come protagonista di questa storia, e lo fa all’improvviso invitando così il lettore ad immedesimarsi in “S.”. Saranno i suoi pensieri a dettare le immagini, e infine il dolore.

Anche se la violenza la spezza, la corrode, la distrugge sino a renderla un guscio vuoto, “S.”  sopravvive inventando scuse. Non è la vittima che ti aspetti! Una che rifugge dall’immagine del suo stupratore, “S.” lo desidera ancora, proprio mentre in lei tutto muore.

Un romanzo intenso, dove la vittima è smascherata nel profondo, con tutte quelle fragilità e al contempo quei legami che conducono allo stupratore, in un meccanismo psicologico, patologico, che impone alla vittima di nascondersi nell’immagine di un ricordo bello, atto a idealizzare un rapporto distorto, come per sentirsi meritevole di tutto il dolore che l’ha attraversata.

“S.” imparerà a convivere con il suo dolore scrivendolo, riannodando quel filo reciso con la scrittura per non farsi più male.  

Veronica Raimo con “Non scrivere di me”, Einaudi edizioni, offre al lettore un coraggioso spaccato di vita, attuale come non mai, oggetto spesso di sterile retorica fuori dal reale, indagando nel profondo dell’animo umano con empatia e rispetto. “S.” è ogni donna, e ogni donna è “S.”

Anna Di Fresco