Con Il cuoco giapponese, pubblicato da Einaudi, Lucia Visonà firma un esordio narrativo che sceglie la via della leggerezza per parlare di identità, solitudine e desiderio di trasformazione. Il romanzo si muove tra commedia urbana e racconto di formazione, ambientando la propria storia in una Parigi lontana dalle cartoline e più vicina ai percorsi obliqui di chi attraversa la città senza possederla davvero.
Il protagonista è un giovane che arriva nella capitale francese con un progetto di studi destinato presto a incrinarsi. Le aule della Sorbona restano sullo sfondo come simbolo di un futuro possibile ma non scelto, mentre la vita quotidiana prende forma in lavori provvisori, spostamenti sbagliati e incontri imprevedibili. È proprio uno di questi incontri a deviare la sua traiettoria: una donna anziana, teatrale e imprevedibile, che lo trascina in un universo fatto di tavole imbandite, regole infrante e narrazioni reinventate.
Il titolo gioca con l’idea di travestimento: Il cuoco giapponese non è una definizione professionale, ma un ruolo che nasce dallo sguardo altrui, un’identità provvisoria che permette al protagonista di abitare la città senza dover spiegare chi sia davvero. In questo senso, la cucina diventa uno spazio simbolico, prima ancora che pratico, un luogo in cui si sperimenta, si improvvisa e si costruiscono relazioni senza bisogno di dichiarazioni esplicite.
L’autrice utilizza il cibo come grammatica narrativa. I piatti, i vini, i rituali conviviali non funzionano come semplici elementi decorativi, ma come strumenti attraverso cui i personaggi si riconoscono e si mettono alla prova. Mangiare insieme equivale a stringere un patto, cucinare a prendersi cura dell’altro senza ricorrere a formule sentimentali. La tavola diventa così un dispositivo narrativo che sostituisce il dialogo diretto, lasciando che siano i gesti a raccontare ciò che le parole evitano.
La Parigi del romanzo è una città-mondo, costruita per accumulo di storie più che per coordinate geografiche. Ristoranti dimenticati, sale da pranzo aristocratiche e cucine improvvisate compongono una mappa alternativa, attraversata da figure che sembrano appartenere a tempi diversi. Lo stile dell’autrice è misurato, ironico, attraversato da una malinconia leggera che non scivola mai nel patetico. La narrazione procede per scene brevi, spesso costruite intorno a situazioni conviviali che rivelano progressivamente le crepe nei rapporti. Anche l’amicizia, qui, non è idealizzata: è un legame che vive di entusiasmi e di omissioni, di complicità e di malintesi, come se ogni banchetto portasse con sé la possibilità di un disaccordo.
Sotto la superficie luminosa, il romanzo interroga il bisogno di inventarsi una parte per poter stare al mondo. Le esagerazioni, le bugie e le messe in scena diventano strategie di sopravvivenza emotiva, modi per rinviare il confronto con ciò che si è e con ciò che si teme di diventare. In questa prospettiva, la cucina non rappresenta soltanto un mestiere possibile, ma una lingua alternativa capace di tradurre fragilità e desideri.
Il cuoco giapponese racconta così una stagione della vita in cui il futuro non è ancora una direzione ma una domanda aperta. Tra piatti condivisi e fughe improvvisate, il romanzo costruisce una fiaba urbana che parla di smarrimento e di possibilità, invitando a osservare da vicino quei gesti minimi — cucinare, mangiare, raccontare — che permettono di attraversare l’incertezza senza smettere di cercare una forma.

Mauro Galliano