In una Napoli degli anni Cinquanta, devastata dalla guerra, prende corpo un dramma familiare intimistico e senza tempo. Una ragazzina viene allontanata da un padre infranto, col cuore a brandelli, ferito dalla guerra e schiacciato dai fallimenti. Crede di dimenticarlo, di lasciarlo in un angolo dell’anima; ma  anni dopo, la morte del  suo più caro amico, lo scrittore napoletano Raffaele La Capria, fa affluire alla sua mente la memoria del padre. Un’ombra che apre uno scenario introspettivo intenso, in cui i due uomini appaiono l’uno l’opposto dell’altro pur essendo della stessa generazione. Entrambi ammaliati da una città, che non è uno sfondo, è uno scenario dell’anima che cambia a seconda delle esperienze; ma se l’uno definisce la sua vita nei romanzi che crea, l’altro si lascia andare al male di vivere . 

“Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.(…)”
Citazione tratta da “Spesso il male di vivere ho incontrato” Eugenio Montale

“Perduto è questo mare” un romanzo di Elisabetta Rasy, edito da Rizzoli, è un volume intenso emozionante, su un  difficile rapporto filiale e su un potente sentimento di amicizia. Abbandoni, allegrie, malinconie, che ci portano al contrasto, immaginifico,  tra Enea sceso negli Inferi per cercare Anchise, e Kafka con l’opera  epistolare “lettere al padre” in cui lo scrittore confessa il rapporto conflittuale e traumatico vissuto con la figura paterna.

La scrittrice, con quest’opera intimistica e autobiografica, con stile raffinato e nostalgico, narra le crepe dell’anima  insite tra passato e presente, usando un lessico dettagliato e una sintassi moderna. Una scrittura quasi filmica in grado di colpire il lettore che si lascerà trasportare dalle onde del mare di Posillipo: tra la bonaccia dei ricordi tranquilli e la tempesta dell’irrisolto.

 Una narrazione imprevedibile che veicola  verso un romanzo biografico dedicato all’amico di una vita: Raffaele La Capria, scomparso nel 2022.  Un rapporto di amicizia profondo, quello descritto, che traccia la forma di un quotidiano fatto di lunghe chiacchierate riguardanti la letteratura, i ricordi condivisi, il presente sempre più complesso e meno brillante, a dispetto di quella Napoli degli anni Cinquanta. Un ricordo commosso di un amico che, oltre ad essere un grande scrittore, rappresenta un riferimento utile a porre a confronto il controverso rapporto che la scrittrice ha avuto con il padre.

Un padre che  negli anni si è sempre più rinchiuso nella solitudine e nel silenzio, tanto da trasformarsi in un’ombra lontana sulla cui vita si interroga l’autrice.

“Perduto è questo mare”,  sfugge alle etichette e invita alla lentezza e all’ascolto. Un memoir dalla rara bellezza che, alla ricostruzione autobiografica, unisce una profonda riflessione sulle proprie radici; sul rapporto padre-figlia, e sull’amicizia che sostituisce una mancanza affettiva profonda.

Il romanzo, candidato al Premio Strega 2025, coniuga memoria e assenza in maniera magistrale in un dialogo senza tregua, come il mare che non trova mai un vero e proprio approdo.  

La scrittrice ricorda, e nel farlo, descrive luoghi dell’anima, come i giorni al mare col genitore disperatamente amato che, in un rigurgito di vita fuori dal dolore che lo lacera dall’interno, le insegna ad andare in bicicletta e a nuotare. Un riflusso prima di accorgersi del disagio di essere figlia di due genitori completamente diversi.  La madre decide di trasferirsi a Roma e di abbandonare quel marito pigro e lento, emotivamente sofferente. Solo le estati sono destinate a Napoli, e a quel padre che di anno in anno si spegne. Ogni volta che ritorna è un dolore che si spande, un padre che si lascia andare alla depressione e che trova nel sonno l’unica arma per combattere il dolore. Chiude gli occhi e si risveglia alle quattro del pomeriggio, lasciando la casa immersa nell’oscurità. La Rasy si rifugia completamente nell’amicizia e in quello che a tutti gli effetti diventerà suo padre putativo, Raffaele la Capria. Lo scrittore, Premio Strega nel 1961 per Ferito a morte e sceneggiatore del film “Le mani sulla città” del 1963 girato da Rosi, rappresenta per l’autrice un punto di riferimento, e  con questo volume l’intento appare essere quello di mettere in risalto la sua grandezza. Rasy crea, magistralmente, un intreccio di  piani temporali e stati emotivi che donano dinamicità alla storia, che si ricompone in un mosaico di riflessioni letterarie  e ricordi frammentati,  ma coniugati dal medesimo sentimento di assenza. Un intreccio da definirsi onirico , scomposto, e per questo mai scontato, a dir poco poetico.

Il volume non incontrerà un unico genere letterario, ma, a seconda del ricordo e dell’immagine che la scrittrice intende rievocare, si troverà a leggere una biografia e un romanzo familiare, con un io narrante immanente che segue il filo intricato della memoria.

Anna Di Fresco