C’è una Palermo ferita, polverosa, attraversata dal silenzio dopo i bombardamenti, al centro de La principessa di Lampedusa (Feltrinelli). Ruggero Cappuccio la racconta nel maggio del 1943, negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, quando la città vive sospesa tra macerie e attesa, mentre lo sbarco alleato in Sicilia sembra imminente. È in questo tempo instabile che prende forma una protagonista rimasta troppo a lungo ai margini della narrazione storica e letteraria: Beatrice Tasca Filangeri di Cutò, madre di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Prima del Gattopardo, prima del mito e della sua malinconia aristocratica, c’è una donna. L’autore sceglie di restituirle voce e corpo evitando ogni tentazione celebrativa. Beatrice non è un’icona immobile, ma una figura complessa, attraversata da desiderio, orgoglio, ironia e inquietudine. Una donna che sembra aver compreso che “i duelli tra l’amore e il dolore finiscono sempre in parità”, e che proprio da questa consapevolezza trae la forza di agire.
Il romanzo la segue mentre riprende possesso del palazzo di famiglia, trasformando uno spazio ferito in un luogo di osservazione sul mondo che cambia. La guerra non resta sullo sfondo come semplice contesto, ma risulta una pressione costante, una frattura che attraversa relazioni, scelte e visioni del futuro. Tuttavia Beatrice non arretra. Al contrario, protegge, rincuora, si espone, assumendosi il rischio di restare fedele a sé stessa mentre tutto intorno sprofonda.
Attorno alla principessa si muove una comunità viva e stratificata: figli inquieti, giovani donne costrette da regole sociali asfissianti, famiglie nobiliari che tentano di salvare le apparenze mentre il loro mondo si dissolve. Cappuccio costruisce questo microcosmo con misura, evitando ogni indulgenza nostalgica. Il passato non viene divinizzato, il presente non è addolcito, il futuro resta una scommessa fragile, affidata allo sguardo di chi ancora osa immaginare.
Particolarmente riuscito è il modo in cui il romanzo lavora sul tempo e sul gesto. Un ricevimento, una festa, un incontro mondano diventano atti di sfida, affermazioni ostinate di vitalità contro la paura e l’annientamento. In questo senso, Beatrice non “vince” mai davvero, ma continua a combattere, come se avesse capito che la vera sconfitta sarebbe smettere di scegliere.
La scrittura di Cappuccio è elegante, colta, mai esibita. Alterna passaggi lirici a una prosa nitida, capace di sostenere dialoghi che aprono rotture improvvise sul senso dell’amore, della perdita, della libertà. È una lingua che accompagna il lettore senza guidarlo per mano, lasciando spazio alla riflessione e all’emozione.
La principessa di Lampedusa non è un libro “derivato” dal Gattopardo, né un’operazione di contorno. È piuttosto un controcampo necessario, uno spostamento di sguardo che riorganizza le prospettive e suggerisce come, al centro di una grande storia sul tramonto di un mondo, ci fosse già una figura femminile capace di attraversare il disastro senza rinunciare alla propria libertà.
Consigliarlo significa invitare a leggere un romanzo storico che parla al presente, che restituisce complessità a una protagonista dimenticata e che dimostra come la letteratura possa ancora riaprire il passato per interrogarci sul coraggio, sulle scelte e sul prezzo della libertà.

Mauro Galliano