
Una vecchia foto dimenticata, un’immagine fuori dal tempo che apre scenari inimmaginabili, moti dolorosi nascosti nelle pieghe del tempo.
Così, “L’orologiaio di Brest”, Feltrinelli edizioni, opera ultima dell’autore Maurizio de Giovanni, prende le mosse portando il lettore in un mondo sospeso nel tempo. I due protagonisti, Vera Coen, giornalista quarantenne alla perenne ricerca della verità e Andrea Malchiodi, ex professore universitario ferito e disincantato, con alle spalle un passato pieno di segreti, incontreranno il loro destino nelle fluide pagine di un volume che lascia senza fiato.
Avera e Andrea sono uniti dallo stesso mistero, e lo scopriranno nello spazio e nel tempo di una narrazione dal ritmo calzante ricca di colpi di scena. Al centro, appunto, c’è “l’orologio di Brest”, simbolo del tempo che scorre e di quel mistero che ha influenzato le vite dei due protagonisti. Un thriller psicologico nel quale ogni personaggio è parte di un mosaico complesso e oscuro, lo stesso che nasconde segreti dolorosi.
Un de Giovanni che sorprende con un thriller intimista e riflessivo, in cui prevale l’intricato mondo interiore dei personaggi. Una doppia indagine, intrinseca e storica, con l’intensità di chi costruisce un affresco in cui la profondità va oltre il genere noir. Centrale è il tempo, frammentato, in cui passato e presente si confondono senza mai perdere il senso della trama e del ritmo. Con abilità e maestria, lo scrittore ci riporterà negli anni di piombo, quel periodo storico che va dalla fine degli anni Sessanta agli inizi degli anni Ottanta, in cui, in Italia, si verificarono molteplici atti di violenza e di lotta armata a seguito delle quali si ottenne un’estremizzazione della dialettica politica. Un volume intenso, dove il tempo trascorso non è solo memoria storica, custode di quegli anni complessi segnati dalla lotta armata e dalle organizzazioni clandestine. Anni sospesi tra lotta armata e cambiamenti nella sfera sociale privata; “gli anni di piombo”, quelli che hanno contraddistinto le esistenze di Vera e Andrea, interrotte da profondi silenzi e padri assenti. Marco Coen, padre di Vera muore assieme a Giovanni Contini, un PM della procura del luogo, nell’attentato del 13 maggio del 1984. Andrea, conosce poco o niente del padre, la madre, avara di informazioni, gli riferisce solo che era un uomo arruolato in Marina e morto all’estero. Un filo conduttore di solitudine e assenze, in uno scenario intenso, dalla prosa diretta e particolareggiata, dove si insinua la condizione del sospetto sul padre di Andrea quale presunto mandante dell’attentato del maggio del ’84. Vera scoperchia un vaso di pandora, con la sua indagine dettagliata, a mezzo della quale individua testimonianze dimenticate e mezze verità.
Una tensione connaturata, quasi palpabile, in cui le emozioni crescono in un’acme di suspence e introspezione, dove i personaggi diventano parte di un ingranaggio perfetto, come quello di un orologio, appunto.
Un thriller noir ma che può essere anche identificato come storico esistenziale, con una trama dall’intreccio magistralmente concepito che unisce il passato al presente amalgamandolo, creando un immaginifico ponte comunicativo in grado di coinvolgere il lettore.
Un importante salto narrativo tematico quello compiuto da de Giovanni, una delle più apprezzate firme del panorama italiano. Autore di importanti opere sia a livello letterario che televisivo. Rimarchevole, infatti, è la saga del commissario Ricciardi, e nell’ambito televisivo le rinomate serie Mina Settembre e I Bastardi di Pizzofalcone che hanno portato sul piccolo schermo un pezzo di letteratura e cultura di notevole importanza. Un autore che unisce introspezione e indagine sociale senza sofismi, avendo cura di sottoporre al lettore una visione del tutto particolareggiata e rispettosa dei complicati moti dell’anima di ogni personaggio, inquisito o inquisitore.
Uno scavare dentro, che colpisce per la sua armonia, nello specifico di questo volume, con un contesto storico troppo spesso dimenticato. Uno scenario, quello degli anni di piombo, che coinvolge l’Italia di ieri, ma che, ancora oggi, fa sentire i suoi effetti.
Con lucidità e naturale comprensione umana, lo scrittore ci racconta due vite segnate da un crimine rimasto impunito nel passato. Una scrittura precisa e attenta, a dir poco chirurgica con una tensione che prende il sopravvento lentamente ma con intensità. Un turbinio di emozioni e di scoperte che lasceranno il lettore senza fiato attraverso quel tempo, chiave di una lettura piacevole e mai scontata.
Anna Di Fresco