
Ci sono parole che non si cancellano, nemmeno quando il tempo sembra aver rimosso tutto il resto. Restano come una scheggia, piccola e invisibile, ma capace di far male a ogni movimento. “L’ultima volta che sono stata lei”, romanzo d’esordio di Silvia Pelizzari, pubblicato da Fandango Libri, nasce proprio da quella scheggia: un insulto tracciato sul muro del bagno di una scuola, un gesto di crudeltà apparentemente banale che diventa un marchio; il destino, una ferita permanente.
La protagonista è Silvia, una ragazza che scoppia di vitalità, di desiderio, di fame d’amore. Vive la giovinezza come una corsa a perdifiato, finché un giorno, dopo una festa in terrazza e un bacio rubato, trova su una parete una parola che la colpisce al cuore. È solo un insulto, una sillaba velenosa, ma da quel momento tutto si incrina: il modo di vedersi, di parlarsi, di scegliere. La vergogna, quella che nasce dall’umiliazione, più che dalla colpa, diventa compagna silenziosa, si infiltra nei suoi gesti quotidiani, fino a condizionare ogni forma di affettività.
Vent’anni più tardi, un messaggio banale — “Che ne dici, ci rivediamo?” — riapre la ferita. Un invito a una cena di classe, una di quelle occasioni che il tempo trasforma in nostalgia collettiva, diventa per Silvia un detonatore. Il passato che credeva addomesticato riaffiora con la forza di ciò che non è mai stato davvero elaborato. Da quel momento, la donna adulta e la ragazza ferita si osservano a distanza, come due versioni dello stesso corpo che cercano di riconoscersi.
L’autrice costruisce il romanzo come un viaggio dentro la memoria e il linguaggio, un diario di ricomposizione e resistenza. Silvia è accompagnata da voci lontane — Joan Didion, Annie Ernaux, James Baldwin — che diventano i suoi maestri invisibili, presenze discrete che la aiutano a decifrare la trama di quel ricordo. Perché la memoria non è mai un archivio neutro: distorce, abbellisce, cancella; eppure è l’unico terreno su cui possiamo riscrivere noi stessi.
La scrittura di Pelizzari è limpida e precisa, priva di fronzoli ma intrisa di sensibilità. Ogni frase sembra misurata, ma sotto la superficie vibra una tensione emotiva costante. Non c’è vittimismo, ma solo la volontà di comprendere come nascono le ferite e come, a volte, possono trasformarsi in linguaggio. In questo senso, il romanzo è anche una riflessione sul potere e sulla responsabilità delle parole: le parole che feriscono, che marchiano, ma anche quelle che salvano, che restituiscono un volto e una voce a chi l’aveva perduta.
Il romanzo, è una storia di dolore e rinascita, ma soprattutto un’indagine sull’identità. Racconta la fatica di guardarsi alle spalle senza crollare, di accettare che crescere significa anche fare pace con le nostre versioni precedenti. L’esordio dell’autrice è maturo, vibrante, capace di toccare corde profonde senza mai cedere alla retorica.
Alla fine, Silvia non cerca la vendetta né la consolazione definitiva. Cerca solo la verità, anche se imperfetta. Perché riconoscere la ferita è l’unico modo per attraversarla, e forse per tornare — almeno per un istante — a essere quella che si era prima che tutto accadesse. Quel limite fragile tra quello che eravamo e ciò che siamo.
Mauro Galliano