
IL RESTARE E L’ANDARE di Simone Corso
L’argomento trattato è presente in diverse opere letterarie, tuttavia ho scelto Simone Corso perché personalmente credo che questo volume abbia una marcia in più rispetto agli altri. Certo posso sbagliare, ma non credo. Leggere tutto è ovviamente impossibile e quindi bisogna, come dire, fidarsi del proprio “fiuto letterario”. L’autore in questione, inoltre, è pedagogo e regista teatrale e questo è sicuramente un punto a favore.
Nel nuovo libro edito da Affiori, Simone Corso esplora il tema dello spostamento, non come trama, ma come condizione esistenziale. Una raccolta di sei racconti che rifiuta il finale, ma ne elabora il passaggio.
Nel panorama narrativo contemporaneo, spesso legato alla linearità del racconto e al bisogno di una meta riconoscibile, il restare e l’andare di Simone Corso rappresenta una deviazione netta. Forse anche un invito ad abbandonare la lettura tradizionale. Non c’è un punto d’arrivo, non c’è una conclusione. C’è, invece, il movimento, e soprattutto la percezione di esso.
I sei racconti che compongono il volume si leggono come stazioni provvisorie all’interno di uno stesso edificio narrativo. Ogni storia è una rampa di scale, come suggerisce la sinossi, che collega luoghi e identità, tempi e possibilità. Eppure niente è sequenziale, non si procede in avanti: si sale, si scende, ci si perde, si ricomincia. Come in un’architettura impossibile, ogni passaggio è anche un ritorno, e ogni voce un’eco di altre.
Ci si muove tra città e interni domestici, tra cascine e oceani, tra appartamenti europei e altrove mentali, ma sempre con una mobilità che riguarda l’identità, prima ancora che lo spazio. Chi narra non è mai del tutto riconoscibile: è un “io” in mutazione, attraversato da altri sé — quelli che siamo stati, quelli che potremmo essere, quelli che ci hanno sfiorato.
Corso fa del paesaggio non un fondale, ma la materia stessa del racconto. Lo si osserva, lo si abita, lo si diventa. Non c’è cronaca, non c’è realismo, eppure si percepisce in modo vivido ogni spazio; come se i luoghi esistessero solo nel momento in cui vengono guardati. La scrittura si fa morbida e percettiva, quasi tattile. Ogni frase è un gesto, un passo, un’increspatura nella memoria.
A colpire, nella scrittura di Corso, è il suo rifiuto della forma compiuta. Non c’è una vera trama, né un’evoluzione narrativa. Ma questo non è una mancanza: è una scelta. L’autore predilige la sospensione, il frammento, la possibilità lasciata aperta. Ogni racconto diventa una soglia, più che un racconto in senso tradizionale; non si entra per restare, ma per attraversare.
Leggere “Il restare e l’andare” significa accettare di non capire tutto, o meglio, di non doverlo fare. Non ci sono finali da interpretare, svolte da seguire, rivelazioni da attendere. C’è, invece, una scrittura che affiora e sfuma, che dice e ritrae, che accompagna senza dirigere.
In questo senso, il lettore è chiamato non a seguire, ma a viaggiare insieme. A restare dove sente di dover restare, o ad andare dove lo porta lo sguardo. Il libro non offre risposte: offre paesaggi, e in essi la libertà di orientarsi.
È un’opera sottile e ambiziosa, che trova nella sottrazione la propria forza. Una raccolta che non si legge d’un fiato, ma che lentamente si deposita. Come un viaggio non fatto, o forse fatto mille volte.
Mauro Galliano