“Il dolore… è radicato negli animi di troppe persone. Di fronte alle tragedie di questo tempo ciascuno tende a percepire la propria condizione di vittima come unica e assoluta… Assistiamo a una dolorosa deumanizzazione dell’altro: quando diventa solo “il nemico” allora tutto appare lecito”

Cardinale Pizzaballa (capitolo VII; pag. 96)                                                                                                                                                         

 

Le voci degli altri, Mondadori 2026, di Mario Calabresi è un volume dedicato all’empatia. Un sentimento ormai ritenuto sintomo di debolezza, perché apre le porte al dolore degli altri.

L’autore, giornalista e scrittore, che, grazie al suo lavoro, ha incontrato le persone più disparate: da  uomini politici di rilievo internazionale alla gente comune. Con questo volume, mette insieme episodi rappresentativi del decadimento sociale, connesso direttamente con la mancanza di ascolto. L’intento è quello di sottoporre al lettore, non solo elementi di informazione, ma anche e soprattutto un’analisi attenta, del profondo cambiamento dei nostri tempi. Mettersi nei panni dell’altro, oggi, diventa sconveniente. Per usare le parole dello stesso autore, diventa “pericoloso” e per questo, solitudine e indifferenza, rappresentano i capisaldi della società di oggi ormai alle prese con diffidenza e voluta distrazione di massa.

Uno scrolling malato, che impone ad un fatto, che siano le guerre alle nostre porte, o un accoltellamento in strada, un’attenzione della durata di pochi secondi, che non merita nemmeno un’espressione facciale adeguata alla gravità della narrazione appena appresa. Una bolla, così la inquadra Calabresi, nella quale siamo tutti attenti esclusivamente al nostro presente, ai nostri bisogni. Su questa scia, conosceremo i “trasparenti”, coloro ai quali l’autore ha voluto dare voce. Conosceremo la signora Giuliana, un’anziana nota per essere ultima italiana nel suo palazzo popolare, di certo, spaventata da un mondo diverso, scettico e freddo. Una paura, però, che non la limita nella capacità di  aprirsi alle persone con empatia, indipendentemente dalla nazionalità di origine. Grazie alla signora Giuliana, infatti, conosceremo il vicino di casa, David, che dopo anni di dedizione e di impegno può finalmente definirsi italiano. Lo conosceremo proprio grazie alla gioia dell’anziana signora, amorevolmente chiamata “nonna”, nel venire a conoscenza dell’avvenuto ottenimento della cittadinanza italiana da parte di questo ultimo.

“(…) sono felice per lui, che ci teneva tantissimo, e perché penso che noi italiani non abbiamo quell’orgoglio, quel sentimento di appartenenza che io vedo in questi che sono arrivati, hanno fatto tantissima fatica, e  si sono conquistati le cose”

Stranieri che costruiscono vite dignitose, rappresentando un valore aggiunto in un’Italia stremata da bisogni sempre più profondi. Bisogni, che spesso possono essere soddisfatti da piccole cose, come il ripristino di una vecchia biblioteca scolastica in un quartiere multietnico.  L’autore da voce a Emanuela Duina che per costruire la biblioteca del quartiere ha preso mesi di aspettativa dal lavoro:

“ Al centro non ci deve essere la scuola e nemmeno il libro, ma la curiosità del bambino. E’  quella che dobbiamo intercettare, dobbiamo comunicare lo stupore e la sorpresa che troveranno tra quelle pagine” (…)

La bibliotecaria sottopone all’autore un problema complesso, quello di un quartiere, dove la cultura occidentale non rispecchia il sentire profondo dei bambini che fruiscono dei volumi. Figli, che cercano disperatamente loro stessi nelle pagine di libri che non raccontano un vissuto affine.

“Quasi non esistono libri i cui protagonisti non siano solo bianchi: storie in cui siano bambini arabi, asiatici o con la pelle nera. Ma loro hanno bisogno di vedersi e di essere visti, di esistere.”

Una biblioteca, quella della scuola Lombardo Radice che è simbolo di una realtà italiana lontana dalla propaganda spicciola, e che dispiega le ali oltre i muri aprendo le porte a bambini che avvertono una forma di isolamento straziante, che rende invisibili.

Il viaggio nelle voci che non ascoltiamo, continua con l’incontro di una donna, la Dottoressa Cristina Cattaneo, che si occupa di dare voce ai defunti mai reclamati, quelli senza nome.

“Quante volte un corpo può dirti quello che è stato nascosto, può rivelare un femminicidio dietro un suicidio, può parlarti di ani di abusi , può raccontare torture.”(…)

Grazie al suo lavoro due sorelle potranno porre fine ad un tormento durato anni. Potranno infatti, connettersi con un padre scomparso, con le ultime ore della sua vita lontana, eppure espressione del loro presente.

Il volume di poco più di centoventi pagine, racconta storie e descrive volti, che aiutano a costruire una sensibilità fatta di comprensione, conoscenza, ma soprattutto, coscienza. Una scrittura priva di sofismi che accompagnerà il lettore nelle vite degli altri, nella parte umana di questa società controversa e spesso spiacevole. Di notevole rilevanza la testimonianza del Cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini. Colpisce come, imperterrito, il porporato, tenga aperte le porte a tutti, e di quanto sia visibilmente affranto per la difficoltà nell’essere compreso di fronte a ciò che conta davvero:” la vita umana”.

“tenere aperte le porte”(…) “ascoltare gli uni e gli altri senza volerli giudicare. Sapendo, però, che in questo modo non sarò ascoltato né dagli uni né dagli altri, perché entrambi vorrebbero partecipazione totale al loro dolore; se cerco di fare qualcosa per l’altro, è come se tradissi”

Le voci degli altri di Mario Calbresi è un volume necessario, uno che va oltre il dibattito politico perché profondamente umano. L’autore racconta i cambiamenti degli uomini, raccogliendo le espressioni e i colori di un mondo che si spera non perda la speranza di rinascere, nella pace e nell’ascolto.

Anna Di Fresco