elisa menon

 

“Per loro non so più Elda. Non sono più neanche una figlia o una sorella. Io per loro sono solo quello che ho fatto, sono soltanto una spia, nient’altro. E questo non è parlare, questo è un interrogatorio. (…)

Abbassa la testa, butta gli occhi nella conca delle sue mani, quelle mani dove credeva di poter tenere tutto, e le trova vuote. Elda guance bianche e rosse. Elda mani sottili.”

Febbraio 1945, Porzûs, frazione montana del comune di Attimis, Udine, la guerra sta per finire, eppure, nel freddo di un inverno, che per qualcuno sarà infinito, si compie un eccidio fratricida. I partigiani del Battaglione Garibaldi guidati da Mario Toffanin detto Giacca, si dirigono nelle malghe sulle colline del Friuli. Nelle fila del Battaglione Garibaldi nessuno conosce la ragione di questa impresa. Sono stanchi e affamati di libertà. Non c’è eroismo, ma solo voglia di vivere, una, che sembra svanire lentamente.

(…) Restiamo insieme, come sempre. E stasera saremo in osteria, come sempre, io, te e gli altri, a battere di carte. E faremo nascere i vitelli. E andremo a ballare quando capita, come sempre. Che questa guerra finisce, Gino, e poi la vita andrà avanti. Avremo casa e figli e faremo come hanno fatto tutti. E questa neve qua, che ci arriva fino alle ginocchia, tornerà acqua e sarà una primavera libera. E non avremo colpe perché dentro a questa guerra ci siamo finiti, e non abbiamo deciso noi di avere le armi sotto i cappotti e tanta paura. (…)” 

Nelle malghe c’è il Comando delle Brigate Est dell’Osoppo, un’altra formazione partigiana di orientamento non comunista, guidata da Francesco De Gregori detto Bolla.

Nei giorni tra il sette e il diciotto febbraio, i partigiani della Garibaldi disarmano il comandante della Brigata di Osoppo e lo giustiziano assieme a Gastone Valente, e a una ragazza, Elda Turchetti. Un eccidio che porta alla morte diciassette persone, tra le quali Guido Pasolini, fratello del noto scrittore e regista Pier Paolo Pasolini.

Guance bianche e rosse, Einaudi edizioni, è un volume di Elisa Manon. Un’opera con un profondo e intenso orientamento storico, nata da un’incessante ricerca e dallo studio delle fonti e dei lughi. Un esordio segnato dalla menzione speciale al Premio Calvino nel 2024, che costruisce la letteratura storica della resistenza in senso intimistico. Precarietà e dolore, segnano le vite dei protagonisti di questa storia, fin troppo vera, fin troppo dolorosa.

La Manon decide di spostare l’asse dell’attenzione sulla donna dimenticata, Elda, quella gracile ragazza dalle guance bianche e rosse, che poco tempo prima di quei terribili giorni, aveva accettato, per fame e per ingenuità, un incarico che, su segnalazione di Radio Londra, l’aveva resa spia al soldo fascisti.

Un destino segnato e responsabilità pensanti per le spalle troppo piccole di una ragazza poco più che ventenne, con un fratello disabile e una madre vedova.

Ogni giorno, Elda, si sveglia alba, inforca la sua bicicletta e corre verso la fabbrica in cui è impiegata, nella speranza di accaparrarsi una balla di cotone da lavorare con le sue abili mani.

All’alba, ingurgita un sorso di latte, e fugge come il vento. Ha dovuto lasciare la scuola, i buoni voti, la spensieratezza, per aiutare la madre e il fratellino disabile.

Portare il pane a casa è difficile, così un giorno accetta un incarico procurato da un amico di famiglia. Deve solo portare delle lettere, e seguire uno strano individuo dopo aver preso un caffè.

Entrano nella sua vita un ufficiale delle SS, una bionda alla quale consegna le lettere, e gli sguardi assassini di chi la insegue e la fa sentire complice.

Tremila lire sono tante per un lavoro così semplice, eppure, Elda non dorme. Elda sente un peso sulla coscienza che vuole togliersi. Così dopo il primo mese di lavoro, rassegna le dimissioni. Ma ormai il suo destino è segnato.

Parallelamente, l’autrice, ci racconta di Gino, suo nonno, partigiano del Battaglione Garibaldi. L’autrice, racconta le emozioni contrastanti di questi due giovani, che si trovano uno di fronte all’altro come nella famosa canzone di De Andrè “La guerra di Piero”. Il nemico, in questo caso, è una ragazza affamata e sola, che non ha incontrato pietà ma solo fame e disperazione, la stessa incontrata dai giovani partigiani che si trovano, senza volerlo, a combattere con altri partigiani, in una guerra tra disperati.

La Menon non si schiera, perché la guerra ha la stessa faccia. L’autrice racconta il dolore negli occhi delle madri, la paura della perdita, il desiderio di vita che pulsa nelle vene dei due giovani, Elda e Gino, che va oltre le ragioni di stato o di quelle politiche. Vivere è l’unico moto di ragionevolezza che muove i personaggi di questa storia terribile, di guerra e fame di vita.

Il Rosario cade sul pavimento di legno, brilla.

Elda lo raccoglie, lo stringe nel pugno e dice con un filo di voce: – Mamma …- Poi si siede per terra, guarda il rammendo sulle calze e pensa a prima. Andare a ballare alla sagra, il vestito chiaro, le altre che aspettano all’incrocio per fare la strada insieme. Passeggiare tenendosi per il braccio, restare serie davanti ai soldati, litigare dietro l’angolo per quello meno brutto, e poi giù a ridere e ridere ancora. Cucire con la mamma (…) Sfogliare i vecchi quaderni di scuola (…) annusare l’odore della carta con gli occhi chiusi.

La sua vita era anche una vita felice.”

Guance bianche e rosse, si insinua tra i libri della resistenza prendendo su di sé occhi e mani di uomini e di donne simili a noi, facendoci specchiare nel loro inverno, nella neve gelida che resterà fissa nel cuore di nonno Gino, un uomo silenzioso, dagli occhi buoni. Il testo alterna la storia di Elda a quella di nonno Gino e lo fa ponendo il lettore di fronte al non detto. Di fronte alle case povere, agli occhi fragili delle madri e delle nonne, di fronte ad un fratello che attende un ritorno, di fronte alla mamma di Elda, Lucia, che dovrà raccogliere i resti di una figlia disperatamente amata. Occhi secchi, fissi su un futuro senza una lapide in memoria, perché Elda, è stata una spia, non una figlia, non una ragazza con dei sogni. Una mamma, come tutte quelle che hanno perso un figlio, in nome di un’idea che ha la forma del pane, dei giorni felici, del sole preso al mare, degli studi faticosi e delle notti spaventose trascorse nascosti tra braccia sicure.

“(…) Adesso la figlia è accoccolata e la mamma le toglie la paura. Sono strette l’una all’altra dentro al letto e non c’è niente che possa fare male.”

Anna Di Fresco