
Perché “È di te che si parla”
Perché riteniamo che sia un volume molto adatto al periodo estivo, leggibile anche a step, composto da racconti diversi che spaziano dalla tragedia all’ironia, nella concretezza della vita. Una concretezza palpabile sino dalle prime righe dell’intero lavoro. Di certo non è questa la prima raccolta di racconti con personaggi e storie diverse, tuttavia l’indubbia versatilità letteraria dell’autore che spazia dalla grafic novel ai gialli seriali, passando per romanzi e racconti brevi dà a questo lavoro una marcia in più rendendolo una interessante proposta narrativa.
Ci sono libri, infatti, che si limitano a raccontare delle storie e altri che, fin dal titolo, dichiarano un’intenzione precisa: coinvolgere il lettore, chiamarlo a riconoscersi nelle pagine che sta per leggere. “È di te che si parla” appartiene senza esitazioni a questa seconda categoria.
Marco Vichi costruisce una raccolta che rinuncia all’idea di un unico protagonista per
affidare il ruolo principale all’essere umano stesso, con le sue fragilità, le sue incoerenze, i
suoi slanci di generosità e le sue improvvise cadute. È un mosaico di vite in cui ogni
personaggio rappresenta un frammento della nostra esperienza.
La vera forza del libro risiede proprio in questa coralità. I protagonisti cambiano di racconto in racconto, ma sono uniti da una comune ricerca di senso. Ciascuno affronta un momento decisivo, un incontro, una perdita, un ricordo o una scelta capace di modificare il proprio
sguardo sul mondo. Vichi non costruisce eroi né antieroi: preferisce persone comuni,
riconoscibili, che vivono la quotidianità con tutte le sue contraddizioni. È proprio questa
normalità a rendere straordinaria la lettura.
Lo scrittore fiorentino osserva i suoi personaggi senza giudicarli. Li accompagna nei loro
errori, nelle esitazioni e nelle piccole conquiste, lasciando che siano le loro azioni a
definirli. La scrittura mantiene sempre un equilibrio raro tra partecipazione e distanza,
evitando facili moralismi e restituendo al lettore la libertà di interpretare ciò che accade.
Ogni racconto diventa così un piccolo laboratorio emotivo, dove il confine tra chi legge e
chi viene raccontato finisce progressivamente per dissolversi.
Il protagonista, in fondo, è anche la memoria. I racconti si muovono tra epoche, luoghi e
situazioni differenti, ma sono attraversati da un filo invisibile che lega passato e presente. I
ricordi non hanno soltanto una funzione narrativa: diventano strumenti attraverso cui
comprendere il presente, occasioni per fare i conti con ciò che siamo stati e con ciò che
continuiamo a essere. La memoria, individuale e collettiva, assume il valore di una bussola
capace di orientare i personaggi nelle loro scelte.
Questa attenzione all’interiorità non rende mai la raccolta autoreferenziale. Al contrario,
Vichi mantiene uno sguardo aperto sul mondo, alternando registri narrativi diversi con
grande naturalezza. L’ironia alleggerisce le tensioni senza cancellarle, mentre la
malinconia emerge con discrezione, come un sentimento inevitabile della condizione
umana. È una narrativa che conosce il peso del dolore, ma non rinuncia mai alla
leggerezza dell’osservazione e alla fiducia nelle relazioni.
Anche dal punto di vista stilistico la raccolta conferma le qualità di uno degli autori più
solidi della narrativa italiana contemporanea. La lingua è limpida, essenziale, priva di
artifici, ma capace di evocare immagini e stati d’animo con pochi tratti. Ogni racconto trova
il proprio ritmo senza eccedere nelle descrizioni o nelle spiegazioni, affidando molto alla
sensibilità del lettore. È una scrittura che sembra semplice, ma dietro quella naturalezza si
percepiscono una profonda conoscenza della forma breve e una notevole precisione
narrativa.
Chi conosce Marco Vichi soprattutto attraverso il commissario Bordelli ritroverà la stessa
attenzione per l’umanità che caratterizza i suoi romanzi. Cambiano i protagonisti e cambia
la struttura, ma resta immutata la volontà di raccontare persone prima ancora che vicende.
La trama non è mai il fine ultimo: è il mezzo attraverso cui far emergere paure, desideri,
rimpianti e speranze che appartengono a tutti.
Il titolo, allora, smette di essere una semplice provocazione letteraria e diventa la chiave di
lettura dell’intera raccolta. Quel “tu” non indica un destinatario generico, ma ciascun lettore
chiamato a riconoscersi nei dubbi, nelle debolezze e nei gesti dei personaggi. È un invito a
superare la distanza tra pagina e realtà, ricordando che ogni storia funziona davvero solo
quando riesce a raccontare qualcosa di chi la legge.
Con “È di te che si parla”, Marco Vichi conferma una delle qualità più preziose della sua
narrativa: trasformare la quotidianità in materia letteraria senza perdere autenticità. Il
protagonista non è un individuo eccezionale, ma l’uomo nella sua interezza, osservato con
empatia, ironia e profonda consapevolezza. Ed è proprio in questa scelta che la raccolta
trova la sua forza più convincente: ricordarci che ogni storia, se è davvero ben raccontata,
finisce inevitabilmente per parlare anche di noi.
Mauro Galliano