
“Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi, pubblicato da Einaudi, ha il coraggio di osservare e
descrivere il disagio psichico dall’esterno. È un volume che non cerca scorciatoie narrative
né soluzioni consolatorie, al contrario, accompagna il lettore dentro una condizione
esistenziale fatta di fragilità, paura e continua ricerca di equilibrio.
Fin dalle prime pagine emerge una delle intuizioni più potenti del libro: il vero conflitto non è con il mondo esterno, ma con ciò che accade nella mente. “Il problema era che io
aspettavo i corvi, e invece arrivavano i pensieri”. In questa frase è racchiuso gran parte del
significato dell’opera. I pensieri non sono semplici riflessioni, ma presenze ingombranti,
capaci di modificare la percezione della realtà e di trasformare l’attesa in inquietudine.
Pierantozzi affronta un tema sempre più centrale della società contemporanea: la salute
mentale. Lo fa evitando sia il linguaggio specialistico che la retorica della testimonianza. La sua scrittura procede su un terreno più complesso, quello dell’esperienza vissuta. Il lettore non si trova davanti a una spiegazione del malessere, ma alla sua manifestazione diretta.
Le parole diventano strumenti per registrare gli spostamenti della coscienza, le oscillazioni dell’umore, le crepe che si aprono nella percezione quotidiana.
Uno degli aspetti più interessanti del libro riguarda il rapporto tra identità e diagnosi. Oggi siamo abituati a definire le persone attraverso categorie cliniche, etichette che aiutano a comprendere ma che rischiano di impoverire l’unicità dell’individuo. Pierantozzi mette in discussione questo meccanismo mostrando quanto sia difficile racchiudere una
vita dentro una serie di etichette cliniche. Dietro le diagnosi c’è sempre una esistenza che lotta per dare un senso alla propria esperienza.
La forza narrativa dell’autore nasce proprio da questa tensione continua tra classificazione e irriducibilità. Da una parte esistono le diagnosi, le terapie, i protocolli; dall’altra la vita reale, fatta di emozioni, ricordi, paure e desideri che sfuggono a ogni schema. È qui che la letteratura trova il suo spazio più autentico, raccontando ciò che nessun referto può davvero contenere.
Nel libro emerge anche una riflessione profonda sul ruolo della parola. Non è un caso che il protagonista cerchi continuamente termini precisi, definizioni, significati. Nominare le cose significa tentare di governarle. Significa dare forma a ciò che appare informe. È una ricerca quasi ostinata, che trasforma il linguaggio in uno strumento di sopravvivenza.
In un’epoca caratterizzata da incertezza, isolamento e crescente medicalizzazione dell’esistenza, il disagio raccontato da Pierantozzi assume un valore universale. Molti lettori potranno riconoscersi in quella sensazione di instabilità che attraversa il libro, in quel dubbio costante che riguarda non solo ciò che vediamo, ma anche ciò che siamo.
La scrittura alterna momenti di durezza quasi brutale a passaggi di sorprendente intensità poetica. Questa combinazione produce un effetto raro: il lettore viene colpito dalla violenza del racconto ma, allo stesso tempo, trova nelle parole dell’autore una forma di vicinanza e comprensione. È una narrazione che non giudica e non chiede compassione. Chiede piuttosto attenzione.
Particolarmente significativa è la riflessione contenuta in una delle affermazioni più provocatorie del libro: “Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi”. Non è una rivendicazione contro qualcuno, ma un invito a guardare la realtà da prospettive diverse, a interrogare le certezze che spesso consideriamo immutabili.
In questo senso “Lo sbilico” supera i confini dell’autobiografia e diventa un’opera di forte valore civile. La fragilità non viene nascosta né idealizzata, viene esposta nella sua complessità, mostrando quanto sia sottile il confine tra equilibrio e smarrimento. Ed è proprio in questo spazio incerto che il libro trova la sua voce più autentica.
Mauro Galliano