
Un percorso durato due anni e mezzo, quello per il riconoscimento da parte dell’UNESCO della Cucina Italiana come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, avvenuto il 10 dicembre a seguito della riunione del Comitato Intergovernativo dell’UNESCO a Nuova Delhi.
La notizia è rimbalzata ovunque, soprattutto sui social. Non c’è stato italiano che non sia stato orgoglioso, in particolar modo coloro che nel nostro Bel Paese non ci vivono più. Indubbiamente un po’ di confusione su cosa sia diventato patrimonio c’è stata. Va sottolineato che non si parla di piatti o cibi, ma di cultura, di tradizione.
Lo ha spiegato anche il Ministero della cultura italiana sul web:
“Diversamente da altri riconoscimenti gastronomici UNESCO, la Cucina italiana celebra un’intera tradizione culinaria quotidiana, diffusa e non legata a un singolo rito o piatto. È la “cucina degli affetti”: trasmette memoria, cura, relazioni e identità, raccontando storie di famiglie e comunità attraverso il cibo”.
“Con la giornata di oggi la cucina italiana conferma il suo valore culturale, sociale e identitario, nonché il suo ruolo nella costruzione di una memoria collettiva condivisa“, ha dichiarato il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli.”
Nel dossier “La Cucina Italiana”, presentato il 23 marzo 2023 dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, dal Ministero della Cultura e dai partner l’Accademia Italiana di Cucina, la Fondazione Casa Artusi, la Rivista La Cucina Italiana, c’è scritto: “La candidatura non riguarda un singolo piatto o una ricetta, ma un modello culturale condiviso, fatto di esperienze comunitarie, scelta consapevole delle materie prime, convivialità del pasto, trasmissione dei saperi alle nuove generazioni e rispetto delle stagioni e dei territori.”
Questa necessità di tutela è stata il motivo per cui nel 2003 l’UNESCO ha adottato la Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale, che nel regolamento descrive l’iter, gli attori, i tempi e gli obiettivi di tale riconoscimento.
Come recita lo stesso sito dell’UNESCO “
“Il patrimonio culturale non è costituito soltanto da monumenti e collezioni di oggetti, ma anche da tutte le tradizioni vive trasmesse dai nostri antenati: espressioni orali, incluso il linguaggio, arti dello spettacolo, pratiche sociali, riti e feste, conoscenza e pratiche concernenti la natura e l’universo, artigianato tradizionale. Questo patrimonio culturale immateriale è fondamentale nel mantenimento della diversità culturale di fronte alla globalizzazione. La sua comprensione aiuta il dialogo interculturale e incoraggia il rispetto reciproco dei diversi modi di vivere.
La sua importanza non risiede tanto nella manifestazione culturale in sé, bensì nella ricchezza di conoscenza e competenze che vengono trasmesse da una generazione all’altra.”
Ma qual è il valore di questi riconoscimenti da parte dell’Unesco?
Oltre l’orgoglio nazionale c’è anche la possibilità di una crescita del paese, proprio perché ne fa risaltare una peculiarità, un’eccellenza.
Lo studio realizzato nel 2023 da Pier Luigi Petrillo, professore e presidente dell’Organo degli Esperti mondiali della Convenzione UNESCO per il Patrimonio Culturale Immateriale, nonché Professore di Cultural Heritage Management alla Luiss Guido Carli, ha messo in luce le ricadute economiche di tali attestazioni. La ricerca è stata interdisciplinare e ha visto coinvolti, economisti, antropologi, sociologi, giuristi e storici che hanno analizzato questo aspetto non solo per i beni immateriali ma anche per i siti culturali e naturali in 8 paesi.
Un esempio che ci riguarda è quello delle colline del Prosecco superiore di Conegliano e Valdobbiadene. Da quando sono state riconosciute come Patrimonio Culturale Materiale nel 2019 le strutture ricettive sono aumentate del 45,4%. In dieci anni si è avuto anche un incremento delle aziende spumantistiche del 17% e della forza lavoro del 12,4%.
Anche sulla base di questi risultati sono state avanzate le previsioni di crescita presentate nella cartella stampa della candidatura de “La Cucina Italiana” per cui si è stimato un impatto immediato sulle presenza turistiche. Diciotto milioni in più in due anni e inoltre secondo Enit: “Il turismo genererà un contributo al PIL pari a 237,4 miliardi di euro entro la fine del 2025, con una crescita stimata fino a 282,6 miliardi di euro entro il prossimo decennio.”
Insomma un lungo cammino che oggi ci inorgoglisce e che domani potrebbe essere fonte di sviluppo per il nostro paese. Come sempre bisognerà vedere come ne faremo tesoro.
Intanto fino ad oggi l’UNESCO ha riconosciuto 788 elementi come Patrimonio Immateriale, provenienti da 150 Paesi sparsi per il mondo di cui ora ben 20 sono italiani.
Antonella De Cesare