
Nello scenario del giallo italiano arriva un esordio davvero interessante che evidenzia equilibrio e precisione narrativa. La finestra del terzo piano di Paola Darò, pubblicato da Piemme, è un romanzo che prende per mano il lettore e lo conduce dentro la Torino meno esposta: quella dei cortili silenziosi, dei palazzi nobili un po’ sgranati e delle routine discrete che si ripetono sera dopo sera.
L’ordine tranquillo di questa cornice si spezza quando nella sua abitazione viene ritrovato senza vita Simone Benelli, pittore ormai appartato ma un tempo apprezzato, figura elegante e riservata conosciuta nel quartiere più per la sua compostezza che per il passato artistico. La scena del ritrovamento è tanto immobile quanto inquietante, e l’assenza di segni evidenti lascia spazio a un mistero che sembra scolpito nell’aria.
Ad assistere da lontano a quella vita interrotta è Adele Tedeschi, gallerista con un carattere brillante e un modo diretto di affrontare il mondo. Adele e Simone non si erano mai veramente parlati, ma si erano riconosciuti nelle abitudini quotidiane. Due figure solitarie che si incrociavano a distanza, come se condividessero un tacito saluto serale. Quando apprende della sua morte, Adele sente nascere un’urgenza personale: capire chi fosse davvero quell’uomo che osservava ogni giorno senza conoscerlo.
Il romanzo segue così la sua iniziativa di ricostruire la storia del pittore. Un percorso che comincia dal tentativo di dedicargli una mostra e si trasforma lentamente in un’indagine sui capitoli irrisolti della sua esistenza. A emergere è il ritratto di un artista diviso tra una giovinezza tumultuosa e un’età matura segnata da lunghi silenzi creativi. Un uomo che ha vissuto più vite di quante abbia avuto il coraggio di raccontare, e che ha lasciato tracce sottili nei suoi quadri, nelle amicizie perdute e nelle relazioni mai chiarite.
L’autrice costruisce il mistero con passo misurato, evitando forzature sensazionalistiche e scegliendo invece la via della curiosità lenta, della scoperta progressiva. L’indagine non corre, si insinua. E mentre Adele cerca risposte, il lettore segue la mappa emotiva di una Torino riconoscibile e allo stesso tempo nuova, ritratta nei suoi angoli più umani, lontani dalla retorica della città elegante e rigorosa.
La protagonista è il vero motore della narrazione. Adele affronta il mistero senza gli strumenti dell’investigatore professionista, ma con una naturale empatia che la guida tra persone, ricordi e testimonianze spesso contraddittorie. È una figura moderna, pragmatica, a tratti ironica, capace di portare leggerezza anche nelle situazioni più tese. Nel suo sguardo si concentra la sfida del romanzo: comprendere una vita osservandone i frammenti, come si fa con un quadro incompleto.
L’esordio di Paola Darò colpisce per la sicurezza della voce e per la scelta di affiancare al mistero un lavoro attento sulla psicologia dei personaggi. La scrittura è limpida, attenta ai dettagli senza diventare eccessiva, capace di mantenere una tensione costante pur senza ricorrere a effetti teatrali. Il risultato è un giallo raffinato, che alterna introspezione e ritmo, e che restituisce al lettore una città che non alza mai la voce ma sa farsi ascoltare.
Mauro Galliano