
Non chiamatelo solo Chanti! Il Chanti Classico, quello che tutti conosciamo con il simbolo del Gallo nero, è un’altra storia o meglio ha una lunga storia, e l’ha raccontata lo scorso lunedì 3 Novembre a Roma, attraverso le sue vecchie annate.
Chianti Classico Vintage Edition si è svolto nel Ristorante Esposizioni, uno spazio del Palazzo delle Esposizioni, su Via Nazionale a Roma, in pieno centro. Un open space a vetri, completamente trasparente, noto come “la serra” perché nasce dal ripristino proprio di una serra abbattuta negli anni 30, ricostruita poi in chiave bioclimatica.
Una location elegante, come il vino in questione, per un appuntamento riservato agli operatori del settore a cui presentare non solo le nuove annate, ma soprattutto i millesimi storici a partire dal 1987. Bottiglie realizzate ancora con l’antico blend, quello che per primo fece il Barone Ricasoli nel 1872, che fino al 2006 prevedeva la possibilità di affiancare al Sangiovese uve a bacca bianca, in particolare il Trebbiano. Elemento imprescindibile per tutte è il simbolo, il Gallo Nero, in etichetta dal 1384, quando fu scelto dalla Lega del Chianti, usato poi dal Vasari in un dipinto nel 1565 e successivamente dal Consorzio Vino Chianti Classico che dichiara infatti nel suo claim “Se non c’è il gallo nero, non è un chianti classico”. Tante sono state le evoluzioni storiche dell’iconico vino, la cui prima menzione risale al 1398, mentre l’individuazione territoriale di produzione fu istituita nel 1716 dal Granduca di Toscana Cosimo III. I confini fissati all’epoca sono quelli che hanno
consentito nel 1932 l’aggiunta della parola “Classico” al chianti prodotto in quell’area, per distinguerlo dagli altri. Due anni fa quel territorio è stato scomposto in 11 UGA (Unità Geografiche Aggiuntive), quasi dei cru, per rafforzare l’identità delle singole aree di produzione, tant’è che può essere inserita in etichetta.
All’evento le 44 aziende, con gli oltre 150 vini in degustazione, sono state raggruppate infatti per UGA ( San Casciano, Greve, Montefioralle, Lamole, Panzano, Radda, Gaiole, Castelnuovo Berardenga, Vagliagli, Castellina e San Donato in Poggio) mostrando così le varie espressioni del territorio attraverso Annata, Riserva e Gran Selezione. Nel dettaglio, nel Chianti Classico Annata le uve ammesse sono min. 80% Sangiovese e max 20% vitigni a bacca rossa autorizzati, e invecchiamo per minimo 12 mesi.
Nel caso del Chianti Classico Riserva valgono le stesse percentuali di uva ma aumenta l’invecchiamento, minimo 24 mesi, di cui 3 di affinamento in bottiglia.
Ritenuta l’eccellenza è il Chianti Classico Gran Selezione, dove il sangiovese è ancor più protagonista con un 90% di uve, per un vino prodotto da una vigna singola o dalla selezione delle migliori uve esclusivamente di proprietà aziendale, che invecchia minimo 30 mesi, di cui 3 di affinamento in bottiglia.
Interessante assaggio in questo senso è stato quello del “Castello di Fonterutoli” (UGA – Castellina) azienda che lavora sulla parcellizzazione e che ha portato la Gran Selezione dell’annata 2021 da uve che ha nella UGA di Radda, messo a confronto con la Gran Selezione della stessa annata dalle uve che ha nella UGA Castellina, Badìola, di cui ha presentato anche l’annata 2010. Si passa così da una 2021 verticale con un tannino elegante, alla 2021 con una naso balsamico e un ottima freschezza, per finire con una 2010 da meditazione in cui tutti i sentori evolutivi del Chianti Classico sono singolarmente delineati.
L’azienda “Vigneti La Selvanella” è invece l’occasione per fare una verticale di Chianti Classico Riserva dalla 2021 equilibrata, con una particolare nota più “salata”, una 2020 che incarna in toto le caratteristiche di un Chianti Classico, per passare ad una 2019 che come spiega l’enologo Francesco” è stata un ottima annata vendemmiata il 20 ottobre, che riporta caratteristiche molto simili alle annate degli anni ‘80 e ‘90. Dopo una 2015 facile al sorso, si chiude con la 1990 che dimostra la sua capacità di invecchiamento già a partire da un bellissimo colore aranciato, un intenso naso di incenso e rabarbaro che si sviluppano anche in bocca, dove si incontra un elegante tannino.
Una chicca: su quest’ultima bottiglia c’era un sigillo particolare in alluminio con il logo, ad indicare che la bottiglia di vecchia annata appena aperta godeva di ottima salute.
Tra le annate più in là con gli anni c’era la 1987 di “Rocca delle Macìe”, UGA Castellina, fatto come un tempo con un blend di Sangiovese, Trebbiano e Cannaiolo, lasciato ad invecchiare 2 anni in botte grande per poi affinare in bottiglia per 38 anni che non si sentono affatto. Sorprende la freschezza e una nota alcolica delicata ma presente come i delicati tannini. Tra un sorso e un olfazione i profumi inebriano il naso tra frutti rossi, incenso e spezie. Difficile non chiederne un altro sorso.
Piccola chicca: Rocca delle Macìe è l’azienda di Italo Zingarelli, produttore cinematografico di “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola e dei film con Bud Spencer e Terence Hill che coronò il sogno acquistando la tenuta “Le Macìe” nel 1973.
Solo un anno in più, 1988 per il Chianti Classico di “Castello di Verrazzano”, unica nell’ UGA Montefioralle. Anche qui lo stesso antico blend realizzato però in collina su un particolare terreno di argilla alberese, a sinistra del fiume Greve. Nel bicchiere brilla il suo colore aranciato, come fosse un passito, con un naso ampio, con tutti sentori racchiusi nell’empireumatico, ancora alcolico, gentile il tannino, ma soprattutto avvolgente in bocca.
Non solo vino! Al bancone del ristorante anche una carrellata di Vin Santo e di Oli prodotti da alcune delle aziende presenti.
Insomma, una degustazione di gusto dal salato, accompagnato dal vino, e chiuso con un vino dolce. Ottimo modo per gustare a pieno un territorio nella sua completezza. E poi passare un pomeriggio in compagnia del Chianti Classico, rallegra naso e papille gustative.
Parola di Antonella
Antonella De Cesare