“Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto”                                                                                                                                                                   (Giovanni 12,24)

Auschwitz, agosto 1941, Blocco 11. Un frate claudicante  viene condotto nella cella della morte. Nonostante sia malato, e privo di forze, non esita ad aiutare un altro prigioniero, arrivando persino a trasportarlo. Poco prima si era offerto di morire al posto di Francesco Gajonwiniczek che, miracolosamente, verrà liberato. “Lui ha moglie e figli. Io non ho famiglia. Voglio morire io al posto suo”

 Un percorso di vita, quello di padre Kolbe, fatto di scelte quotidiane volte a porre l’accento su ciò in cui crede fermamente. La sua vita spirituale e teologica è vissuta col ritmo di chi affida alla fede cattolica tutto se stesso. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”                                                                                                                                                                             (Giovanni 15,13)

Gajonwiniczek sopravviverà, divenendo testimonianza vivente di come l’amore vince la paura. Kolbe, morirà porgendo il braccio al suo aguzzino con la luce negli occhi e la fierezza di chi ha vissuto per amare il prossimo.

“Dove finisce la paura” pubblicato da Messaggero di Padova, è un volume di Padre Luigi Maria Epicoco che pone al centro della riflessione uno dei sentimenti più profondi e universali dell’essere umano: la paura. Con una prosa intensa, diretta, priva di sofismi, l’autore ripercorre la vita di San Massimiliano Maria kolbe, accompagnando il lettore oltre la biografia del santo, stimolandolo a confrontarsi con interrogativi sulla esistenza, sul dolore, sul coraggio e sulla libertà. Abbiamo quindi chiesto all’autore di rispondere ad alcune nostre domande. Con grande disponibilità ha accettato immediatamente l’invito. Vi proponiamo di seguito l’intervista. 

  1. Padre Luigi, che cos’è la paura e che cosa c’è dall’altra parte?

La paura è una delle esperienze più umane che esistano. Abbiamo paura perché siamo fragili, perché amiamo la vita e perché sappiamo che possiamo perdere ciò che ci è più caro. Il problema non è avere paura, ma permettere alla paura di decidere al posto nostro. La paura, infatti, quando diventa padrona della nostra vita, ci convince a pensare soltanto a noi stessi, a difenderci, a sopravvivere. Massimiliano Kolbe ci insegna che dall’altra parte della paura non c’è semplicemente il coraggio, ma c’è l’amore. Perché solo quando ami qualcuno più della tua stessa vita diventi veramente libero. Ad Auschwitz, Kolbe non ha sconfitto la paura perché era diventato invulnerabile, ma perché aveva trovato qualcosa di più grande della paura stessa. E questo qualcosa era l’amore. In fondo, è proprio questo il messaggio del cristianesimo: non siamo salvi quando non abbiamo più paura, ma quando scopriamo per chi vale la pena vivere, e persino morire.

  1. C’è un confine tra fede e paura?

Credo che la fede non sia il contrario della paura. Il contrario della fede è piuttosto la pretesa di poter controllare tutto. Chi crede non è una persona che non trema mai, ma una persona che, anche quando trema, sa di non essere sola. Pensiamo a Gesù nell’orto degli Ulivi. Anche Lui ha sperimentato l’angoscia davanti alla morte, eppure proprio lì ha pronunciato il suo affidamento al Padre. Questo significa che la fede non cancella la nostra umanità, ma ci permette di attraversarla fino in fondo. Il confine tra fede e paura è forse proprio questo: la paura ci fa credere che tutto dipenda da noi, mentre la fede ci ricorda che possiamo affidarci a Qualcuno. Massimiliano Kolbe è la testimonianza concreta di questa verità. La sua fede non ha eliminato l’orrore di Auschwitz, ma gli ha impedito di lasciare che quell’orrore avesse l’ultima parola sulla sua libertà.

     3. Ucraina, Palestina, Iran: L’amore può trasformare anche la distruzione in seme?

Forse l’unico modo che abbiamo per guardare l’orrore che si sta consumando in tante parti del mondo senza lasciarci schiacciare dalla disperazione sia ricordarci che il male non ha mai l’ultima parola. Ci sono momenti della storia in cui sembra che Dio sia assente, che il male stia vincendo, che la violenza sia più forte di ogni speranza. Eppure, forse, proprio mentre noi vediamo soltanto la distruzione, Dio sta silenziosamente operando attraverso il cuore di qualcuno. Forse c’è un uomo, una donna, una persona apparentemente insignificante che, scegliendo di amare invece di odiare, sta già preparando una svolta che noi ancora non riusciamo a vedere. È esattamente ciò che è accaduto con Massimiliano Kolbe. Ad Auschwitz sembrava che il male avesse vinto su tutto, eppure, nel gesto di un uomo che ha offerto la propria vita per salvarne un’altra, si è manifestata una forza che nessuna violenza poteva sconfiggere. Io credo che la speranza cristiana sia proprio questa: sapere che Dio continua a operare anche quando non riusciamo a riconoscerlo. E forse la salvezza di tante situazioni drammatiche della nostra storia sta già germogliando nel silenzio, attraverso qualcuno che, senza fare rumore, sta scegliendo il bene. Perché il male fa sempre molto rumore, mentre il bene, molto spesso, comincia in silenzio.

  1. «Vorrei essere come polvere per viaggiare con il vento e raggiungere ogni parte del mondo, e predicare la buona novella del Vangelo». Come si realizza in pratica il messaggio di Massimiliano Kolbe?

Credo che la cosa più interessante di questa espressione sia proprio l’immagine della polvere. La polvere è qualcosa di piccolo, di insignificante, qualcosa che normalmente nessuno nota. Eppure, quando si lascia trasportare dal vento, può arrivare dappertutto. Kolbe aveva compreso che l’evangelizzazione non nasce dalla nostra grandezza, ma dalla nostra disponibilità a lasciarci condurre da Dio. Lui ha utilizzato tutti i mezzi che aveva a disposizione, dalla stampa alla missione, ma il suo annuncio più grande è stato compiuto quando non aveva più nessun mezzo, nessuna libertà esteriore, nessuna possibilità di comunicare con il mondo. Nel bunker della fame di Auschwitz ha annunciato il Vangelo con la propria vita. Questo ci insegna che evangelizzare non significa semplicemente parlare di Cristo, ma rendere Cristo visibile attraverso il nostro modo di amare. E questa è una possibilità che appartiene a tutti, anche nelle circostanze più ordinarie della nostra esistenza.

  1. Perché scrivere oggi di Massimiliano Kolbe?

Perché penso che abbiamo un bisogno immenso di incontrare persone che ci ricordino di che cosa è capace l’essere umano quando prende sul serio l’amore. Viviamo in un tempo in cui la paura sembra essere diventata una delle principali chiavi di lettura della realtà. Abbiamo paura del futuro, degli altri, delle guerre, della precarietà, della morte. E il rischio è che, per difenderci, finiamo per smettere di vivere veramente. Ho voluto raccontare Massimiliano Kolbe perché la sua storia ci costringe a porci una domanda cruciale per tutti: che cosa rende una vita davvero libera? Il gesto che ha compiuto ad Auschwitz non è stato un’improvvisazione eroica, ma il frutto di un’intera esistenza trascorsa a imparare ad amare. È questo che mi interessava raccontare. I santi non sono persone straordinarie che vivono lontano da noi, ma persone che hanno preso straordinariamente sul serio il Vangelo. E Kolbe ci ricorda che, persino nel luogo più disumano della storia, un uomo può continuare a scegliere di essere umano. Perché dove finisce la paura non comincia semplicemente il coraggio: comincia la libertà di amare.

Grazie Padre Luigi a nome mio e del mio direttore.

Anna Di Fresco