
Avete idea di quanti prodotti la terra regali e quanti piatti si possano realizzare con essi? Saranno milioni. La globalizzazione ha agevolato i processi di conoscenza, fruizione e distribuzione, ma per sperimentarli tutti bisognerebbe fare il giro del mondo, oppure partecipare a “Dal Seme al Cibo” giusto per averne un assaggio.
“Dal Seme al Cibo”, per chi non lo sapesse, è una manifestazione organizzata dalla FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura), che quest’anno, alla sua seconda edizione, si è tenuta al Circo Massimo di Roma dall’8 al 12 ottobre. Un evento anteprima di ciò che il 16 ottobre, data in cui nel 1945 è nata la stessa FAO in Quebec, si terrà in tutto il mondo.
La cerimonia conclusiva si svolgerà, invece, nei palazzi capitolini dell’organizzazione. Aperta da QU Dongyu, direttore generale FAO, vedrà la partecipazione di Papa Leone XIV e del Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres.
Tema di quest’anno “Innovare oggi per nutrire il domani” con numerosi dibattiti sulle problematiche attuali e sulle tecnologie in via di sviluppo.
Il Circo Massimo si è trasformato, per l’occasione, in un punto d’incontro di varie culture con ai lati gli stand dei paesi America Latina e Caraibi, America del Nord, Africa, Asia e Pacifico, Vicino Oriente e Nord Africa, Europa ed Asia Centrale. Un viaggio senza aereo attraverso racconti, suggestioni e prodotti, non acquistabili ma degustabili, nonostante le lunghe file, abbastanza rapidamente. Sicuramente utile conoscere l’inglese o lo spagnolo.
Prima di tutto, il caffè e il tè.
In Asia, a Timor Leste fanno un caffè più leggero e delicato di quello assaggiato in Venezuela. Quello dell’Oman ricorda quasi un tè, è chiaro, poco consistente, con sentori di radice, ripulisce la bocca.
In Kenia, il tè di Ibisco (Karkadè) dà la sensazione di un toccasana, piacevole, da berne ancora e ancora. La bevanda realizzata con la polvere ricavata dal cuore del Baobab è decisamente inusuale, per profumo e consistenza: un po’ dolce, un po’ acidula, leggermente pastosa.
Dalla foresta Amazzonica arriva, invece, il “Camu camu”, delicata bevanda ricavata dal frutto Myrciaria dubia, con un elevatissimo contenuto di vitamina C. Originaria dello stesso luogo è anche il Cumaru, pianta il cui legno è usato per realizzare pavimenti e mobili, un utilizzo “improprio” vista la bontà della crema che se ne può ricavare.
Al tavolo accanto, il Guaranà, appena grattugiato sulla lingua essiccata del pesce “pirarucu” ed edibile al momento.
Dalla Colombia cuori di palma e nocciole, mentre dalla Giordania le versioni tostate di ceci, legumi e grano.
Dal Libano una cremina da spalmare sul pane, Zaatar Mix, a base di origano, semi di sesamo e olio persistente, ma delicata.
I datteri dell’Iraq sono, invece, non troppo dolci, pastosi, quasi cremosi, naturalmente mielosi, con sentori che ricordano l’orzo, molto diversi da quelli dell’Oman, serviti in padella e molto molto dolci.
Alle 13 poi si sono aperte le cucine.
L’Oman ha proposto il piatto tradizionale fatto di riso, carne, e spezie come zafferano, cumino, cinnamon, pepe ner, con frutta secca in chiusura. Sapore deciso, complesso e delicato.
In fila per il piatto dello Sri Lanka un ragazzo serve il tè rosso prima dell’assaggio del Kottu, una piadina sminuzzata insieme a verdure, porri, cipolla, carote e poi il pollo, memorabile!
Il Mansaf della Giordania, all’apparenza riso in bianco con cipolla cruda era in realtà un’alternanza di formaggio e spezie preponderanti come il coriandolo e il cardamomo, delicatamente piccante.
Tanti i piatti di tutte le culture presenti preparati nella quattro giorni della food area, tante le testimonianze di questi showcooking su cose ritenute erroneamente scontate. Come i piatti del Malawi vegetariani non per scelta ma per carenza di carne, cucinati dalla chef Margaret Phiri con minipimer e piastra ad induzione contro il mortaio e il fuoco a legna del proprio paese. Polpette che ricordano dei falafel ripieni di verdure con l’esterno che sembra fatto di semi, e che in realtà non sono altro che il risultato della croccatura della parte esterna del fagiolo (cowpea) e che ovviamente viene usato tutto. Con la farina del cowpea, invece, si prepara lo snack. Una sorta di purea fritta in padella portato dalle mamme fuori scuola ai bambini.
Alcune cose che abbiamo scoperto hanno bisogno di più spazio e ve ne parleremo nei prossimi articoli, ma una cosa ora va detto: è un privilegio poter entrare in contatto con luoghi del mondo, sentirne odori, sapori, suoni, vederne i colori e i paesaggi, perché, anche se si potesse, non basterebbe una vita per far il giro del pianeta. Eventi come questo sono un regalo. Un “seme”, appunto, che ci ricorda che il nostro orticello è veramente grande.
Antonella De Cesare