
Adriana scrive per la rivista patinata Brush, un’invidiabile carriera da giornalista, almeno in apparenza, in una città alla moda, Milano. Lontana dal suo passato, vissuto nella provincia di Catania negli anni in cui la TV imperava imponendo stereotipi, Adriana si ritrova senza punti di riferimento, in una città che sembra rigettarla e vive con profondo sconforto il peso delle ipocrisie che riscopre nel suo lavoro.
Alice Valeria Olivieri, giornalista e autrice, compie un’importante analisi sociale con il volume “Una cosa stupida” edito da Mondadori, regalando ai lettori della Generazione Y (Millennials), cresciuti sulla soglia della digitalizzazione e la nascita dei social network, uno spaccato del mondo moderno che si infrange con i sogni irrealizzati del passato.
Il volume si presenta diviso in due parti: la prima in cui la protagonista racconta una Catania originale, molto simile alla città del nord dove si trasferirà, piena di offuscanti opportunità potenziali; la seconda parte caratterizzata da un imponente cambiamento. Adriana, infatti, si trasferisce a Milano con un bagaglio di emozioni e aspettative, diretta verso un futuro che crede essere brillante. La città, la accoglie con le opportunità sperate che diventano, di contro, oggetto di ansia e rabbia. In “Una cosa stupida” si intravede una Milano cinica, dove non c’è spazio per l’autenticità, una città che riverbera le immagini, quasi oniriche, dei romanzi di Buzzati. Un luogo in cui l’autrice ha vissuto, e che nel romanzo assume un significato non solo simbolico ma caleidoscopico, dove la protagonista muove sogni infranti, interazioni sociali brevi e frequenti, precarietà e frustrazione. Un movimento di luci e immagini, che si riflettono nelle promesse disattese degli anni Novanta, quando si riverberava in TV che le strade erano infinite e che i sogni potevano realizzarsi; quando imperavano immagini atte a destare un barlume di luce nel vuoto cosmico della realtà in continuo movimento. L’autrice insegna e traduce il linguaggio complesso del mondo dei media, e lo fa analizzando quanto questi abbiano influito sulle vite degli spettatori. Scientemente, con un linguaggio che potremmo definire talvolta accademico, fornisce al lettore gli strumenti per rispecchiarsi nella vita della protagonista che incarna appieno l’immagine di una trentenne degli anni Duemila.
Giovani immersi nella precarietà e inseriti in una società che ha disatteso le aspettative, in continuo confronto con standard di perfezione troppo elevati, che non lasciano spazio alle perturbazioni dell’anima, e che portano inevitabilmente ad una rottura con i propri punti di riferimento.
La Olivieri ci parla anche di questo, del fallimento come virtù e sprone verso una vita differente, in grado di insegnarci che nulla è per sempre, e che nella vita lavorativa, così come nelle relazioni, c’è un passaggio verso un universo parallelo fatto di autenticità e di rispetto della propria essenza.
La protagonista è onesta con sé stessa e con il valore che dà alle sue attitudini. Di notevole rilievo, infatti, è il rapporto con il padre che di mestiere fa il violinista e che riflette in lei un futuro pari o superiore al suo. Adriana ha un talento per la musica che decide di rigettare, perché non intenzionata a donarsi ad esso e allo studio che ne consegue.
“Certo che lo so, ma io sono una cretina che si arrende e che al primo ostacolo cambia lato del marciapiede. Tu non sei così, tu sei quello che non smette mai di suonare durante un pezzo sennò il battito si spegne e il corpo collassa, tu sei il tempo, come puoi pensare di rinunciare?”
Adriana sceglie di essere ciò che la sua coscienza decide che dovrà essere, compie una rottura sin dai primordi di questa storia, la compie con il mondo della musica per tuffarsi nel suo, fatto di senso critico e parole. La scoperta di trovarsi di fronte ad un muro di illusioni e notizie veloci, di compromessi e di false promesse la spinge a fare una cosa stupida, perché diventa l’unico modo per rompere con ciò che non le appartiene più, pure se quella vita è frutto di sacrifici e impegno. Nel mentre il suo mondo si accartoccia, impera nella città, che è protagonista indiscussa del romanzo, la Torre Velasca, il famoso grattacelo meneghino, sito nei pressi di Piazza Missori simbolo dell’Italia del Boom economico. Fisso e immobile segno delle illusioni che si sono succedute negli anni e che si sono infrante nell’orizzonte infinito.
Un romanzo, in parte generazionale, che lascia atmosfere del cuore mediante immagini reali che riflettono l’introspezione e i sentimenti della protagonista. L’autrice parla al cuore dei suoi lettori raccontando i sentimenti, in una Milano che mentre accompagna e abbraccia, allontana.
Anna Di Fresco